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martedì 25 settembre 2012

Il modello FIAT (del 1998)

In TV e sul Web infuria lo scontro tra Marchionne e Della Valle, appassionante quanto un film moldavo del 1957, e non si placano le polemiche dopo gli annunci del magnate più sciatto al mondo dopo Bill Gates, addio Fabbrica Italia e investimenti per 20 strabiliardi nei prossimi tre anni. Davvero lungimirante, sia dal punto di vista concettuale, sia da quello della situazione attuale in casa FIAT, la decisione di attendere la ripresa dalla crisi prima di lanciare una serie di modelli realmente innovativi, non i soliti restyling. E allora guardiamola, l'attuale offerta commerciale del gruppo FIAT, per avere una conferma dell'assoluta avanguardia tecnologica dei modelli proposti, tale da giustificare questi accantonamenti in ricerca e sviluppo.

Superutilitarie: Alla fine dello scorso anno è uscita la nuova Panda, di fatto un profondo restyling del modello precedente, risalente al 2003, che inizialmente doveva chiamarsi "Gingo", con tanto di figuraccia con la Reanult, indispettita per l'assonanza con "Twingo". Il nuovo modello ha decretato anche il definitivo pensionamento della "highlander" del Gruppo, la Seicento, auto risalente al Giurassico Inferiore (1998!), l'unica capace di offrire come optional accessori di serie ormai sul 99,946% delle auto nuove, e a sua volta evoluzione della Cinquecento, originaria del Precambriano (1992). Insomma, già da qui si capisce che il rinnovamento, a Mirafiori, è di casa.

Superutilitarie fighette: La 500 vende ancora discretamente, ma anche i classici, dopo un po', iniziano ad accusare il peso degli anni (è del 2007). E ricordiamoci che, se non fosse stato per l'insistenza di Lapo Elkann (sì, proprio lui), questo modello sarebbe rimasto allo stadio di prototipo. Da ciò si deduce che essere a capo del management FIAT altera le percezioni sensoriali più della coca.

Utilitarie: perpetuando l'ormai consolidata tradizione del modello che da solo deve reggere l'intera baracca, la Punto 2012, terza evoluzione di un modello risalente al 2005, continua faticosamente a vendere, nonostante l'ultimo restyling le abbia creato un frontale simile a un oritteropo. Totalmente assenti versioni speciali (ricordate la Punto Cabrio del '93?). Questa, e basta. Ah, no, ci sono anche anche l'Alfa Mito, variante tamarra, e la Nuova Lancia Y, destinata probabilmente a durare una decina d'anni come i modelli suoi predecessori.

Monovolume compatte: dopo l'Idea, accantonata dopo quasi 10 anni (ma c'è una buona notizia per i nostalgici: la Lancia Musa resiste!), è appena arrivato il primo modello realmente nuovo in casa Fiat dai tempi della 500: guarda caso, è la 500L, ossia la 500 sotto anabolizzanti. Sta alla 500 quanto un nudo di Botero sta alla Venere di Milo. Auguri.

SUV compatte: da sette anni resiste la Sedici, che altro non è che il Suzuki SX4 con una nuova mascherina. Troppo facile così (parte prima).

Medio-inferiori: Ecco un'altra anzianotta, la Bravo, che nel 2007 ha sostituito l'auto più simile a uno scaldabagno mai prodotta: la Stilo. Geniale, in un segmento in cui si vendono quattro famigliari per ogni berlina, la decisione di non offrire un modello station wagon. Un autogol in rovesciata dalla propria metà campo. Idem per la Lancia Delta, una Bravo fin dalla disposizione dei pulsanti sul cruscotto, solo più modaiola. L'Alfa Romeo tenta di differenziarsi con la Giulietta, una buona vettura, bisogna dargliene atto. Nuovi modelli? Non prima del 2015. Una rapidità di risposta ai competitor pari a quella di un bradipo narcolettico.

Multispazio: Qubo e Doblò continuano gioiosamente a cannibalizzarsi a vicenda.

Medie: qui FIAT e Lancia brillano da anni per la loro assenza (ingiustificabile, a meno che tu non sia reduce da cose come la Lybra), mentre l'Alfa 159, pure lei, ha un cuore sportivo sì, ma ormai affaticato (è del 2005, e da inizio anno non è più in listino in alcuni Paesi). Anche qui, in un mercato pieno di station wagon, un solo modello è poco. La Giulia arriverà solo nel 2014.

SUV medie: non pervenute. Ci sono tutte, a momenti anche la UAZ, ma non le italiane. In attesa (ormai da quasi dieci anni) del modello Alfa, che se va avanti così si chiamerà Omega (ops, Entschuldigung, Opel).

Medio-superiori: Archiviato quel cassonetto chiamato Croma (la moda di infangare nomi gloriosi è sempre viva), ecco arrivare la FIAT Freemont, una Dodge Journey con nuovi interni e poche altre modifiche, pachidermica e sonnacchiosa. Troppo facile così, caro Marchionne (parte seconda). Ha un solo pregio: sostituisce la Bruttipla.

Grandi berline: La Thesis non lasciava indifferenti, la nuova Thema sì. Anche qui Marchionne è andato a colpo sicuro: una Chrysler per il mercato USA, modello transatlantico, due modifiche davanti e dietro, interni vezzosi (con l'orologio a lancette che fa tanto vorrei-la-Maserati-ma-non-posso), e via. Troppo facile così (parte terza).

Monovolume grandi: Qui neanche la fatica di cambiar nome: la Chrysler Voyager diventa Lancia, ed ecco pronta la sostituta della Phedra (pure lei prodotta quasi immutata per 8 anni, insieme alla cugina Fiat Ulysse). Troppo facile così (parte quarta)

Sportive: sparite le Alfa Brera e Spider, altro macchinone americano in arrivo, diventerà la Lancia Flavia (troppo facile così - parte quinta), quasi 5 metri di lunghezza per quasi 2 tonnellate di peso, motore solo a benzina, consumi stratosferici. Tra Freemont, Thema, Voyager e Flavia, è una bella sfida a 4. Di sumo. Del resto, non è questa l'epoca del downsizing?

Questa è la panoramica di un Gruppo che, in Italia, ha meno che dimezzato la propria quota di mercato in vent'anni, ed in Europa è ormai relegato a un ruolo marginale. Ma che importa, vero, Marchionne? Basta che il mercato tiri in Brasile, dove vendono ancora la vecchia Uno, e in America (God bless the 500, and mother Chrysler too). E' adesso che avremmo bisogno di nuovi modelli, realmente innovativi, anche a costo di osare qualcosa, ma ponendo le basi per un rilancio del brand che permetta di sfruttare al massimo il post-crisi. E invece, per il 2013 arriveranno solo alcune versioni truzze della 500, la supersportiva Alfa 4C e poco altro. Per un'età media della gamma prodotto che ormai si avvicina a quella di Andreotti. In bocca al lupo, Fiat. Dove per lupo, ovviamente, intendo Chrysler.

lunedì 27 agosto 2012

Cosa fare una notte estiva e festiva in caso d'insonnia

Vado a dormire alle 11, insieme a Marco che, come spesso capita, vuole addormentarsi nel lettone. Il piccolo grande me si gira, mi dice "ti voglio bene, papà", mi abbraccia e si addormenta quasi subito. Non esiste modo migliore di dire addio alle ferie. Prendo sonno presto anch'io.
Mi sveglio alle due. Ho un caldo tremendo, l'aria della stanza mi sembra irrespirabile. Mia moglie, che nel frattempo ha messo Marco nel suo letto, dorme tranquilla al mio fianco. Brancolo verso il frigo, bevo dalla bottiglia. La finestra semiaperta della cucina manda un'aria insolitamente fresca. Ci sarebbe da dormire fuori, sul terrazzino, ma è troppo scomodo. Vado in bagno. Da una parte vorrei riprendere sonno, ché domattina la sveglia torna a suonare. Dall'altra vorrei trovare un modo per godermi, anche solo per dieci minuti, la brezza della notte, dopo due mesi d'afa.
Strappo un foglio di carta igienica e improvvisamente mi ricordo di una cosa.
Cercando di non far rumore, lentamente entro nello studio / sgombraroba / camera per gli ospiti. Mi infilo un paio di pantaloni. Poi torno in soggiorno, prendo le chiavi e le banconote, faccio scomparire il tutto nelle tasche.
Apro la porta, cercando di ridurre l'unica fonte di disturbo al "clac" della serratura. Sblocco il portone del condominio, ed eccomi in strada.
Cinquanta metri in cui respiro a pieni polmoni, mentre il fresco mi dà una piacevolissima pelle d'oca.
Schiaccio il primo bottone del telecomando, entro in macchina. Trecento metri e mi fermo. La brezza del viale mi accoglie in mezzo ai neon gialli.
Diesel a 1,65. L'incantesimo svanisce tra cinque ore.

sabato 31 dicembre 2011

GTI - Grandi Tesi Indimostrabili (3) - Perché bisogna guardare al 2012 con ottimismo

Basta disperarsi e stracciarsi le vesti, ché fa pure freddo. Contrariamente a quanto riportato dai principali organi di disinformazione, il 2012 sta per nascere sotto i migliori auspici. Ci sono almeno dieci ottimi motivi per avere piena fiducia in un anno migliore del tremendo 2011. Vediamoli.

1. Perché non c'è più Berlusconi. Il fatto che molti dei provvedimenti dell'attuale governo, se presi da Silvio e soci, avrebbero probabilmente scatenato un'insurrezione popolare, tanto auspicata anche da molti di quelli che adesso tacciono, è del tutto ininfluente. Che saranno mai duemila euro in meno, per avere finalmente un Capodanno senza Bossi, Brunetta e la Gelmini?

2. Perché, sul filo di lana, ci ha lasciato Tremaglia, orgoglioso repubblichino che però, dopo aver firmato la legge per il voto degli italiani all'estero, autogol decisivo per la vittoria di Prodi nel 2006, e soprattutto dopo essere passato ai noti centristi di Futuro e Libertà, è diventato per molti un simpatico e folcloristico vecchietto.

3. Perché la Virtus Bologna ha vinto in trasferta.

4. Perché Minzolini non è più a capo del TG1.

5. Perché nessun altro è a capo del TG1.

6. Perché sono convinto che Bruce Springsteen si deciderà a far causa a Jovanotti per il plagio di "Streets of Philadelphia".

7. Perché, ancor più sul filo di lana, si è risolta definitivamente la spinosa questione del San Raffaele: diventerà il mausoleo di Don Verzè.

8. Perché presto arriverà a Lele Mora un'altra fornitura di cerotti.

9. Perché Katy Perry è di nuovo single.

10. Perché il cinepanettone va malissimo (solo qualche milione di euro di incassi) e il Grande Fratello rischia di chiudere anzitempo, per overdose di tamarreide.

Insomma, i motivi per guardare al 2012 con ottimismo non mancano. A condizione di non pretendere di arrivare al 2013: almeno un po' di realismo, cazzo!

mercoledì 26 ottobre 2011

Il bello di ripensarci

Una bella offerta per il Ponte di Ognissanti sul sito di Let's Bonus. Mia moglie ed io ci pensiamo sopra, il posto è magnifico, costa poco, adatto anche ai bambini. Solo all'ultimo istante decidiamo di cambiare itinerario e sfruttare un'altra offerta per visitare un luogo non ancora raggiunto. Ebbene, ecco cosa ci saremmo persi:

mercoledì 22 giugno 2011

Nell'altra stanza

Mi sta succedendo di nuovo.

Di solito è verso quest’ora della sera che avverto questa sensazione. Qualcosa che mi pervade, un calore inspiegabile, una volontà che fa a pugni con i miei casini quotidiani.

Faccio scendere la zip della tuta da ginnastica, giacca e cravatta le ho dimenticate già da un pezzo, prima ancora che imparassi a fare un nodo decente. Non sono in tuta perché ho corso, ormai pure quelle sgambate sul lungofiume sono un ricordo, e il mio fisico inizia un po’ a risentirne. La maglia aperta mi mostra impietosa un inizio di pancetta. Ma non me ne curo, a lei piaccio comunque.

Il calore si sta facendo insopportabile. Mi tolgo i pantaloni, mi sfilo la maglietta e i calzini.

Nell’altra stanza, lei mi sta già aspettando.

Mi avvicino silenziosamente. Lei è sul letto e sorride. Al contrario di me, come fossimo due vasi comunicanti, negli ultimi tempi è dimagrita, più o meno quanto io sono ingrassato, ma il suo fisico rimane irresistibile. Forse non mi ero mai accorto di quanto mi piacesse un aspetto più androgino. Ho voglia di lei come di aria di montagna.

Fino a non molto tempo fa era diverso. Litigavamo per delle stupidaggini, lei spesso si negava all’abbraccio, diceva che non mi prendevo abbastanza cura di lei, mi rinfacciava di non sentirsi difesa né protetta. A volte aveva pure ragione, non sono mai stato un cuor di leone. Ora, invece, sembra affidarsi completamente a me, è sempre pronta ad accogliermi, ad ascoltare le mie paturnie, i miei momenti di sconforto, con la stessa pazienza con cui si sorbisce il resoconto della mia giornata da disoccupato forzato. Mi aspetta nella stanza con quell’impercettibile sorriso, per darmi l’unico premio che penso di meritarmi.

Entro come se mi sentissi in fiamme. E dire che, all’inizio, avevo paura, una fottuta paura di questo calore. Per me era una novità, dopo parecchio tempo. O meglio, una sensazione che forse una volta avevo provato, di tanto in tanto, ma ora ritornava con una violenza inimmaginabile. Era cambiata lei, e stavo cambiando io. Ma come stavo cambiando? Mi stavo forse trasformando in un porco, in uno che se ne approfitta?

Ma, del resto, mi ero poi domandato, cosa c’è di male? Perché farsi così tante remore sull’istinto più naturale che si possa provare nei confronti della propria amante? Perché rinunciare a tornare a volersi bene, dopo tutto quello che era capitato?

Ora le sono di fianco, mi sfilo i boxer improvvisando un ridicolo spogliarello. Lei sorride, i suoi grandi occhi scuri mi fissano. Casomai il problema poteva ripresentarsi sotto altri aspetti. Ma non sarebbe stato certo quello a fermarmi, quando si ha così tanta voglia di ricominciare, di ristabilire un contatto, di ridare un senso alle proprie giornate.

E così, ogni sera, quando questo calore mi fa visita, mi avvicino a lei, rimuovo il lenzuolo, e lentamente mi stendo sul suo corpo sottile, facendo la massima attenzione a non urtare tubi o apparecchiature. Perché lei, da quella notte in cui mi urlò dall’auto che sarebbe sparita per molto tempo, è in stato vegetativo permanente. E io, tornato a casa con lei, non potendo donarle la morte, ogni giorno le dono il momento in cui la vita è totalmente vita.

martedì 21 dicembre 2010

Briscola

Luglio 2006. Business class di un lussuoso aereo di linea.

- Ahò, ho fatto scopa! Anvedi!

- Oh Franscesco, per l'ennesima volta, stiamo giohando a briscola! Te tu sei proprio un grullo, deh!

- Le suggerisco di adottare un linguaggio più consono al palcoscenico internazionale di cui siamo oggetto.

- Presidente, un mi faccia girà i hoglioni pure lei, he già ci sono questi fotografi del hazzo he un ci lasciano in pace da un mese, maremma buhaiola!

- Ahò, Mister, mo' te stai proprio a incazzà!

Il quarto farfuglia qualcosa, ma nessuno lo capisce.

- A' Mister, nun te vedevo così carico da prima de Carciopoli!

- Francesco, diobonino, quante volte ti devo dire di non ripetere quella parola? He poi un mi honscentro più e faccio giohà Toni da scentravanti!

- E' con vivida preoccupazione che vi comunico di avere delle carte peggiori di quella comunemente utilizzata nei servizi igienici della nostra Nazione.

- A' Ppresidè, mai 'na vorta che fai 'a differenza, eh?

- La ventura non mi assiste.

- E mo' che cc'entra Quelli che er Carcio?

Il quarto borbotta qualcos'altro. Neanche stavolta qualcuno lo capisce.

- Ahò, però se semo divertiti sabbato sera, eh?

- Oh Franscesco, meno male he te tu un hai battuto rigori. Se no fascevi venire un infarto pure al Presidente, deh.

Chiamato in causa, il Presidente si profonde in gesti apotropaici, subito fotografati e venduti a trentotto riviste.

- E Mmarco? Ma quanto ha fatto bbène a fasse menà, così ce l'han levato dai cojoni, quer marocchino juventino!

Il Mister e il quarto lo fulminano con uno sguardo.

- Ahò, carma, stavo a scherzà! Ma quanto siete permalosi!

- Un'altra hosì, Franscesco, e ti tiro addosso hodesta Hoppa!

- Auspico una rapida ricomposizione del presente conflitto, nel segno della concordia e dell'Unità nazionale.

Il quarto esclama finalmente una cosa che gli altri tre comprendono:

- Figa!

E, subito dopo: - Briscola! Asso e tre! Ventuno punti!

- Oh Gigi, te tu sei proprio sfondo! E chi te le ha date hodeste harte, Trezeguet?

Gigi ride sguaiatamente.

- Ah Giggi, nun stà a ride così, che me pari un handicappato lazziale d'a Timme!

- Contesto questo linguaggio discriminatorio nei confronti delle minoranze.

- A' Ppresidè, ma vatte a ffà 'na pennica!

Senza pensarci due volte, il Presidente si addormenta.

- Oh grullo, e adesso home si fa a finì la partita?

- Vado a chiamà Cannavaro, forse ha finito de depilasse.

- No, Fabio no. Ha già tenuto troppo in mano la Hoppa. Spero he si sia preso i halli.

- A' Mister, ma tte rendi conto? Semo campioni der Monno!

- Me ne sbatto i hoglioni, Franscesco, domani vi mando tutti affanhulo. Voi, le vostre veline, i giornalisti di merda, i fotografi, gli opinionisti del hazzo, e pure la mi' mamma damigiana!

- A' Mister, piano con le offese! A' mia nun è una velina, è una letterina!

- E la mia una soubrette! Figa!

Cominciano a picchiarsi selvaggiamente con la Coppa del Mondo, mentre il Presidente russa.

Di' la verità, Enzo: fosse capitato a loro, 24 anni dopo, non sarebbe stata proprio la stessa cosa.

martedì 19 ottobre 2010

GTI – Grandi Tesi Indimostrabili (1) – Perché la cellulite è peggio della fame nel mondo

Le grandi tragedie dell’umanità sono, in ordine crescente di gravità, la guerra, la fame nel mondo e la cellulite. Poiché l’argomento-guerra è già stato sviscerato da numerose, autorevoli fonti , oggi mi occuperò degli altri due, con particolare riguardo agli effetti della cellulite, per molti versi di gran lunga peggiori di quelli della fame nel mondo. Forse meno noti, ma peggiori. Ecco perché.

La cellulite è peggio della fame nel mondo perché costringe le Case farmaceutiche a spendere miliardi per combatterla, distogliendoli da cose molto più urgenti, come la lotta alla calvizie.

La cellulite è peggio della fame nel mondo perché è una delle cause principali della denatalità.

La cellulite è peggio della fame nel mondo perché deturpa l'ambiente.

La cellulite è peggio della fame nel mondo perché ti costringe ad aver fame per scelta, non per necessità.

La cellulite è peggio della fame nel mondo perché ha creato un turpe mercato di personal trainer.

La cellulite è peggio della fame nel mondo perché costringe gli uomini ad imbarazzanti perifrasi. Si è mai sentito parlare di "leggero languorino nel mondo"?

La cellulite è peggio della fame nel mondo perché ci costringe ad occuparci di Valeria Marini.

La cellulite è peggio della fame nel mondo per quegli inguardabili scaldamuscoli.

La cellulite è peggio della fame nel mondo. Perché è un controsenso essere felice quando finalmente ti si vedono le costole.

La cellulite è peggio della fame nel mondo. E penso di avere tutto il diritto di dirlo, nel giorno in cui una folla esalta un assassino e sputa su chi l’ha arrestato.

giovedì 2 settembre 2010

Rieccomi (2)

Stavolta ero qua. Direi che ne è valsa la pena.

(P.S. la foto non è mia, io guidavo)

lunedì 2 agosto 2010

Un giorno non cambia nulla

Inizio estate, sole già caldo sulla Riviera Romagnola. Nella biglietteria di una piccola stazione, un grande ventilatore dà un parziale sollievo.

In fila aspettano una coppia di quarantenni e la loro figlia, una ragazzina di dodici anni, lunghi capelli lisci e occhiali da vista dalla montatura spessa. La ragazza è emozionatissima, non vede l’ora che sia il loro turno, che finalmente dall’altra parte del vetro si materializzi il biglietto per la felicità. Parigi! Primo viaggio all’estero della sua vita. L’avventura di un’intera giornata in treno, a respirare ogni paesaggio, e la sera arrivare in quella città sconfinata, che di sicuro la lascerà a bocca aperta, senza parole, ad ascoltare solo il suo batticuore.

Ecco, tocca a loro.

“Buongiorno, mi dica”, fa il bigliettaio al padre.

“Buongiorno. Vorremmo prenotare tre posti sul treno diurno da Bologna a Parigi, per il due del mese prossimo”.

Le parole magiche son tutte qui.

“Il due? – si stupisce il bigliettaio – Ne è proprio sicuro?”

Il padre è colto di sorpresa: “Sì, perché?”

“Se vuole farsi il viaggio in treno – consiglia l’uomo, sfogliando l’orario – quel giorno lì glielo sconsiglio proprio”.

“E perché?” fa eco la madre.

“Perché sarà il giorno più pieno dell’anno, a Bologna sarà un carnaio, rischiate di partire già stressati. Tra l’altro, il treno è quasi del tutto pieno, e quel giorno lì è facile che porti ritardo”.

Lo sguardo della madre trasmuta in una smorfia.

Il bigliettaio si sporge leggermente verso il padre, in fila non c’è nessun altro.

“Sa cosa farei, se fossi in voi?”

“Cosa?” chiede il padre, brusco. Rinunciare, non se ne parla. Sono i suoi unici giorni di ferie dell’anno, vuole goderseli con la famiglia in un posto che non sia il solito mare. E poi c’è la promessa fatta a sua figlia.

“Partirei o di sera, con le cuccette, che però costano di più, oppure il giorno dopo, il tre, quando sarà tutto molto più tranquillo. Potrete scegliere i posti, ci sarà meno ressa”.

La figlia mette il broncio. Ogni ora in meno a Parigi le pesa come una zavorra. Se potesse, partirebbe all’istante.

“Datemi retta – conclude il bigliettaio – Perderete un giorno di vacanza, ma poi la vivrete in modo decisamente migliore”.

Il padre esita. Sacrificare un giorno di vacanza su dieci non è mai piacevole. “Papà, partiamo lo stesso!”

“Invece, secondo me – interviene la madre – il bigliettaio ha ragione. Meglio rimandare al giorno dopo. Sono stanca, non ho voglia di partire già stressata”. La figlia la guarda storta.

Il padre riflette. Cerca di immaginarsi come potrebbe essere la stazione di Bologna quella mattina. Non ci riesce, non l’ha mai vista piena, a Bologna ci sarà andato sì e no tre volte in tutta la sua vita. Ma il pensiero di quella bolgia lo atterrisce. No, il casino prima di partire, no.

“Io le ho detto quel che penso – taglia corto il bigliettaio – poi decida lei”.

Dietro i tre arrivano altri turisti.

“Va bene – si rassegna il padre – Partiamo il giorno dopo, il tre. Se si può fare il viaggio con più calma…”

“Papà…”

“Cristina, dai, alla fine un giorno non cambia nulla”.

La figlia cova una rabbia sorda, ma si adegua. Ora quel biglietto non le sembra più così magico. Mentre escono, i genitori cercano di convincerla della loro scelta. Un gelataio accorre in loro aiuto.

“Ricordiamoci di avvisare la Gemma e Ido” dice il padre, passando davanti a una cabina telefonica.

“Non penso sia un problema – risponde la madre – e a Paolo farà piacere”.

__________________

Quelle tre persone erano mio padre, mia madre e mia sorella.

Il due, la stazione di Bologna saltò in aria.

Se quel bigliettaio non avesse insistito, mi sarei con ogni probabilità ritrovato, a cinque anni, orfano di padre e madre, e privato di una sorella di dodici anni che mi insegnava a leggere e scrivere. Non so con chi, né come sarei cresciuto. Mio fratello non sarebbe mai nato. E le vittime sarebbero state ottantotto. Perché i miei e Cristina dovevano essere lì, su quel binario, a quell’ora.

Per questo, tutte le volte che vedo la grande lapide vicina alla sala d’aspetto ho un brivido freddo, e penso agli ottantacinque innocenti che non ebbero la fortuna di imbattersi in quel bigliettaio, così tanti proprio perché quel giorno la stazione era davvero un fottuto carnaio. E quando sento della libertà a Fioravanti, o dell’assenza di esponenti del Governo alle commemorazioni del trentennale, mi incazzo come per poche altre cose. Perché quel giorno lì qualche bastardo, fin troppo noto per far finta di nulla, gettò nella disperazione ottantacinque famiglie, e quasi ci riuscì anche con la mia.

I miei genitori hanno cercato di rintracciare il bigliettaio che inconsapevolmente salvò loro la vita. Non c’era più, era stato trasferito e nessuno ricordava dove. E quel ringraziamento è sempre rimasto in sospeso. Non so se, dopo trent’anni, quell’uomo sia ancora vivo, se sia in pensione, e se gli sia mai tornato in mente quel consiglio disinteressato dato a tre perfetti sconosciuti. Ma oggi più che mai voglio e devo dirglielo: ovunque lei sia, grazie, signor bigliettaio.

mercoledì 21 aprile 2010

Strade e vite

Sto rientrando a casa. Cerco di mantenere un faticoso equilibrio tra le due borse cariche di spesa. L'andatura è, inevitabilmente, un po' da pinguino. Mi fermo circa a metà del ponte di Via Libia, in prossimità delle scale che scendono fino a Via Sabatucci.

[Francesco Sabatucci, Franco per i compagni. Dalla sua Bologna è finito in Veneto, Brigata Mazzini, pochi uomini e un coraggio che sfiora l'incoscienza. C'è il Ponte della Priula da far saltare. Con Franco sono in sette. Ma ci riescono. Catturano le sentinelle e fanno brillare le mine. Il nemico dovrà trovarsi un'altra strada. Ed eccolo ancora, poco più in là, sul Cansiglio, a tener botta ai rastrellamenti, cinque giorni, cinque dannati soli. Loro sono di più, molti di più. Non ci pensare, non vuol dir nulla. E ce la fa di nuovo. La Brigata Mazzini è salva, esce dalla sacca, si prepara a nuovi combattimenti. Ci vuole un tradimento per fermarlo, a 23 anni, fine '44: ucciso durante un tentativo di evasione, nonostante tutto ancora non voleva arrendersi.]

Non ho voglia di fare tutte quelle scale a piedi, con le sporte in mano. Scendo dal ponte, le auto mi sfrecciano vicine. Sotto di me l'ingresso alle Officine di Piazza Grande, proprio dirimpetto alla fine di Via Gastone Rossi.

[E' un ragazzino, Gastone. Ha appena sedici anni. A quell'età si dovrebbe pensare ad altro che ad uccidere e non farsi uccidere. In un'azione di fuoco "Leone", come lo chiamano, rimane ferito. Capisce subito cosa sta succedendo: una mitragliatrice carica è puntata sui suoi compagni. Con l'agilità e la follia della sua gioventù, si lancia addosso al mitra, armato solo di bombe a mano.]

Il ponte sembrava non finire mai. Mi fermo a rifiatare di nuovo vicino al semaforo, di fianco al videonoleggio, all'incrocio con Via Masia.

[Massenzio Masia, nome di battaglia Max. 42 anni, comasco, azionista, giornalista e scrittore, persona colta, di grandi doti organizzative. E' uno dei capi della lotta di liberazione in Emilia-Romagna. Parri gli sconsiglia di tornare a Bologna: troppo rischioso. Lui torna comunque. Due spie fasciste lo fanno arrestare. Lo torturano, ma lui non parla. Tenta due volte il suicidio, prima avvelenandosi, poi buttandosi dal secondo piano della caserma. Lo conducono davanti al plotone con le gambe spezzate. Un male da impazzire. Ma, ancora, Max trova la forza di rifiutare la grazia; anzi, cerca di assumersi anche la responsabilità degli altri sette vicini a lui. Li fucilano tutti.]

Mi lascio sulla sinistra il teatro Dehon e la chiesa della Madonna del Suffragio, che gli stessi Padri Dehoniani definiscono scherzosamente "Nostra Signora del cemento armato". Sulla destra un bar, un negozio di pasta fresca e un condominio pieno di extracomunitari, oggetto di recenti proteste leghiste. Altro semaforo, all'angolo un anziano barbiere, di negozietti come il suo ormai ne sono rimasti pochi. Supero Via Sante Vincenzi.

[E' dura la libertà, Sante. Vari arresti, sei anni di confino. Quante volte te l'avranno chiesto, nella tua officina di meccanico: "Ma chi te lo fa fare?". Ma tu invece insisti, "Mario": ti han dato da coordinare le brigate della Divisione Garibaldi a Bologna, e tu lo fai, come fossero tante parti di un unico motore che non deve spegnersi. Ti catturano, ti torturano, ma invano. Hai sopportato ben altro, pur di non scendere a compromessi. Il traguardo è a un passo, ma a te basta sapere che quel passo lo faranno molti altri. I tuoi ragazzi. Tu hai cinquant'anni, al futuro penseranno loro. Ti uccidono la notte prima della Liberazione.]

Ancora poche centinaia di metri e sono a casa. Passo vicino alle vecchie scuole "Giordani", emblema del quartiere, con un centro giochi nel seminterrato, dove talvolta porto mio figlio il giovedì pomeriggio. Come sempre, il piccolo parco giochi di Via Musolesi appare vuoto.

[E' diverso dagli altri, Mario. E' atipico, è un po' strano. Per cominciare, crede in Dio. Poi ha la fama di voler far tutto da sè. Costituisce una brigata partigiana autonoma, "Lupo", con alcuni inglesi fuggiti da un campo di concentramento. Nel giro di pochi mesi, trasforma quel manipolo di pazzi in un'organizzazione efficientissima, la Brigata Stella Rossa, che attira molti partigiani. Tentano di ammazzarlo un paio di volte, suo fratello viene catturato. "Lupo" non molla la preda. Attacchi, sabotaggi, eliminazione di spie e collaborazionisti. A Marzabotto, la Brigata Stella Rossa è schiacciata dalla controffensiva nazifascista. Mario scompare: lo ritorvano solo un anno dopo, rannicchiato in una buca, come se stesse pregando.]

Un colorato negozio di frutta e verdura mi informa che sono già in via Palmieri, e devo svoltare.

[Studiava Medicina Gianni Palmieri, quando esplose l'inferno. Sesto anno, ancora pochissimi esami e poi, finalmente, la laurea, al Sant'Orsola inaugurato appena pochi anni prima, dagli stessi che hanno poi provocato quell'infamia. Cosa sai fare, ragazzo? Curo i malati. Bene, dirigerai il servizio sanitario della Brigata "Bianconcini". Terapia d'urto, altro che lezioni e tirocini: un orrore quotidiano, al quale non si sottrae mai. Nemmeno quando arrivano i nazisti. Tre giorni di attacchi, nei quali Gianni lavora anche di notte, senza tregua. La Brigata rompe l'accerchiamento, ma lui non li segue: vuole assistere i feriti. Lo catturano. Ma non lo uccidono subito, quei cani bastardi: prima deve curare i loro, dato che è così bravo. Poi, quando non serve più, il solito colpo alla nuca e via. Aveva 23 anni.]

Percorro via Palmieri, alti palazzoni da un lato e vezzose casette a due piani con giardinetto dall'altro. Sulla sinistra inizia a vedersi il ponte di Via Bentivogli.

[Ha già sessant'anni, Giuseppe, e alle spalle una vita da braccato. Socialista, antifascista, animatore del movimento cooperativo. E allora carcere, confino, fughe all'estero. La guerra l'aveva già vista, trent'anni prima, ma evidentemente non era bastata. Ora però l'anzianità può diventare un prezioso alleato, se riesci a trasformarla in esperienza: Giuseppe organizza la resistenza in Emilia di par suo, come quando dirigeva il movimento contadino. Anche lui cade nelle grinfie del nemico a un'alba dalla meta: lo fucilano la notte tra il 20 e il 21, con l'amico Sante Vincenzi.]

Mi chino per scambiare le sporte. I piedi mi dolgono. Mi rialzo e proseguo per Via Paolo Fabbri.

[E' romagnolo, Paolo, primo di dieci figli. Socialista da sempre, combattente fin dalla più tenera età, consigliere provinciale a Bologna. Lo mandano in confino, a Lipari, e lui aiuta ad evadere Lussu, Rosselli e Nitti, a costo di beccarsi altri tre anni di isolamento. Entra nelle Brigate Matteotti, e per la sua abilità politica viene mandato al Sud per contattare il comando alleato e organizzare la strategia di liberazione nazionale. Ma, mentre ritorna, è catturato dai nazisti sull'Appennino e fucilato, il giorno di San Valentino.]

Arrivo finalmente a casa e mentre appoggio le sporte, stravolto dalla stanchezza, lo sguardo mi cade sul calendario. E' il 21 aprile, 65esimo anniversario della Liberazione di Bologna. E i nomi delle strade che ho percorso mille volte, e che un po' si somigliano tutte, in questo quartiere chiamato Cirenaica, all'improvviso tornano a parlare, a raccontare le loro vite e i loro ideali, a svelare la Storia e le storie nascoste dietro indicazioni stradali alle quali ormai nessuno fa più caso: storie che camminano lungo le mille strade diverse verso un'Italia libera.

martedì 22 dicembre 2009

Sfilatini

Neve, gelo e caos primigenio sull'intera rete ferroviaria. Stamattina, prima di affrontare il prevedibile fantozziano viaggio a Modena, riesco a fare in tempo a sentire un'illuminante dichiarazione dell'AD di Ferrovie dello Stato, Moretti. All'indomani dello sfascio dell'intero sistema ferroviario italiano, inclusi gli sbandieratissimi Frecciarossa, Frecciargento, Frecciabianca e Freccianelc..., da lui si potrebbe tollerare un'unica dichiarazione: quella di dimissioni. Invece no. Con la formidabile faccia di tolla che lo contraddistingue, Moretti annuncia due cose ai viaggiatori congelati da qualche parte in giro per l'Italia. Primo: i rimborsi si ritirano nella stessa destinazione dell'ultima Freccia di cui sopra. Secondo: i viaggiatori su tratte lunghe si portino un panino in più. Io suggerirei uno sfilatino, magari bello lungo e ben ripieno: metti che incontrino Moretti, una bella legge del contrappasso ci starebbe a puntino.

Del resto, è inutile farsi troppe illusioni di ravvedimento. L'Italia è ormai una repubblica sempre meno democratica, ma sempre più fondata su quelle magiche tre parole:

"NON MI DIMETTO"

martedì 6 ottobre 2009

Le bici del Comune

A Modena, come a Bologna, c'è un comodo servizio di noleggio di biciclette messe a disposizione dal Comune. Ti iscrivi, fornisci i tuoi dati, versi una cauzione di 10 Euro e loro ti danno una chiave che sblocca qualsiasi bicicletta comunale, in qualsiasi rastelliera, a Bologna, a Modena e in altri 80 comuni italiani. Quando la bici non serve più, la riporti alla medesima rastrelliera e recuperi la chiave. Deciso ad imprimere alla mia vita sedentaria una svolta pseudo-salutista, mi sono iscritto.

Sarebbe tutto molto comodo e semplice, se non fosse per alcuni piccoli particolari:
  1. Quando arrivo a Modena, alle 8.55, in tutte le rastrelliere di fronte alla stazione di Modena (e non sono poche) non c'è più nemmeno l'ombra di una bici. Se c'è, come ieri, è perché è guasta. Così devo farmi alcune centinaia di metri a piedi, fino al punto di prelievo successivo, per trovarne una (e lo stesso, quindi, al ritorno);
  2. In questi primi giorni mi sto accorgendo di essere legnosissimo, mi superano Grazielle e ultraottantenni (talvolta anche le due cose insieme); insomma, per arrivare al lavoro ci metto 25 minuti e arrivo proprio a pelo, stremato, ma conto di migliorare strada facendo;
  3. Se il treno è in ritardo (e capita spesso, vedi post precedente), le speranze di arrivare al lavoro in orario scendono a valori prossimi allo zero;
  4. Al lavoro mangio il doppio.

lunedì 5 ottobre 2009

PendoLife

"Trenitalia si scusa per il disagio". Ma vaff...

venerdì 21 agosto 2009

Rieccomi

Scusate l'assenza, ero qui.

lunedì 18 maggio 2009

Non sempre i cattivi presagi...

Ecco, già decidere di partire per una settimana in Inghilterra, non dà garanzie di bel tempo, in nessun periodo dell'anno. Per Pasqua, poi, ancora di meno. Quando poi arrivi sotto una fastidiosissima pioviggine, il timore di aver sbagliato luogo e/o tempo cresce sempre di più. Ma quando, il pomeriggio del primissimo giorno, decidi comunque di fare un giro e ti imbatti in un'auto così

capisci che la tua sfiga è destinata a diventare qualcosa di cosmico.

Invece no, alla fine niente, per tutta la settimana non è piovuto, sole e temperatura mite. Mi sa proprio che non conviene dare troppo credito ai cattivi presagi.