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giovedì 28 dicembre 2017

Ricordando un amico

Era il 29 dicembre del 1982. Esattamente 35 anni fa.
Da quando avevo iniziato la scuola elementare, direttamente in seconda perché sapevo già leggere e scrivere, lui era diventato, nel giro di poche settimane, il mio migliore amico. Come sia potuto accadere, ancora oggi non riesco a spiegarmelo. Il suo carattere era l'esatto opposto del mio: vivace, esuberante, chiacchierone, temerario, incapace di star fermo per più di un minuto. Io, che scontavo pesantemente quell'anno in meno di età rispetto agli altri, mi sentivo catapultato in una realtà troppo diversa rispetto a quella della scuola materna; istintivamente, forse, trovai in lui ciò che avrei voluto essere, quella vitalità e quell'incoscienza che non riuscivo a sbloccare dentro di me.
Ogni tanto ci trovavamo a giocare, di solito veniva lui a casa mia, ed era un divertimento continuo. Lui aveva una fantasia sterminata, era abilissimo a inventare giochi e situazioni. Per alcuni mesi, poco più di un anno, mi sono sentito importante per qualcuno, almeno quanto lui lo era per me.
Quella sera di fine dicembre, vacanze di Natale della classe terza, lui era in auto con suo padre. Forse per il ghiaccio, nella curva dopo il cimitero del paese l'auto sbandò e si cappottò. Il padre si salvò. Lui, sbalzato fuori, no.
Il suo addio è stato per me un colpo durissimo, la prima notizia terribile che mi abbia riguardato da vicino. Ho dovuto ridefinire le mie giornate, cercarmi nuovi amici, ma soprattutto ho perso in un attimo - e troppo presto - quel poco di innocenza dell'infanzia che ancora avevo. La notizia addolorò tutto il paese, con degli strascichi penosi: la madre impazzì dal dolore, spesso veniva a trovarci a scuola, entrava in classe col viso stravolto sotto l'immancabile fazzoletto, e la maestra era costretta a sospendere la lezione a volte anche per un'ora, perché non se la sentiva di congedarla. Io le scrivevo ingenuissime poesie in cui quasi beatificavo suo figlio, e così, senza volerlo, amplificavo ulteriormente la sua disperazione. E' morta pochi anni fa, senza essersi mai ripresa.
Molti anni dopo, sembra che il destino abbia voluto goffamente rimediare a quello scherzo orrendo, donandomi, sempre il 29 dicembre, più di una settimana in anticipo sul previsto, la mia secondogenita Martina. Da allora vivo questo giorno con un sentimento ambivalente: la gioia immensa del padre, la rassegnazione per l'amico che avrei sempre voluto avere.
Si chiamava Marco.

martedì 8 marzo 2016

Il nove marzo

- Ciao, cara.
[gelida] -Ciao.
- Buona Festa della Donna, amore. Guarda che bella mimosa ti ho preso.
[gelida a livello antartico] - Sei in ritardo. L'8 marzo era ieri.
- Ma per me l'8 marzo è tutti i giorni dell'anno! Non serve aggrapparsi a una ricorrenza per celebrarvi! Una data prestabilita non significa che per i restanti 364 giorni dell'anno ci dimentichiamo tutte le ingiustizie e le sottomissioni che avete passato, e tuttora passate, ed è per questo che voglio ringraziarti di essere al mio fianco, amata e rispettata, ogni giorno che Dio manda in terra! Tu sei importante per me al di là di qualsiasi rito consumista, di qualsiasi stereotipo, di qualsiasi conformismo!
- D... davvero?
- Sì, mia cara. Buona Giornata della Donna, qualunque giorno sia.
- Grazie.
- Prego, amore.
- Hanno già approvato il divorzio breve?

martedì 13 gennaio 2015

Il buono creduto stronzo

Oggi pomeriggio, parlando con un mio collega, mi sono reso conto di quanto, a volte, il lavoro che fai possa portare gli altri ad avere una percezione di te totalmente diversa da come pensi in realtà di essere.
Chi mi conosce sa che sono una delle persone più miti, calme ed anti-conflittuali dell'orbe terracqueo.
Chi ha avuto a che fare con me per motivi di lavoro, difficilmente se ne accorgerebbe; anzi, più probabilmente, penserebbe l'esatto opposto. E non perché nel mio lavoro (anzi, nei miei lavori che si sono susseguiti negli anni) io abbia modificato una virgola del mio comportamento: non sono uno di quei Mister Hyde che, tra le quattro pareti del loro ufficio, sfogano le proprie frustrazioni su malcapitati sconosciuti. Buono ero, buono sono, e buono rimango. Eppure...
Quando ho fatto un anno di stage all'azienda di trasporti di Bologna, il mio principale incarico era quello di raccogliere i rapporti disciplinari a carico degli autisti e sanzionarli secondo un rigido tariffario delle multe. Immaginatevi con quale faccia gli autisti, già stressatissimi per il loro lavoro, si presentavano nel mio ufficio.
Nel mio decennio come assistente di un docente universitario, periodo in cui ostentavo un look giovanilistico, ero conosciuto tra gli studenti come "l'assistente cattivo con le mèches", e questo non per sadismo, ma solo perché avevo mandato via un paio di studenti che volevano prendermi in giro, fingendo di aver studiato. Tanto era bastato per etichettarmi come uno sotto cui era meglio non finire.
Adesso, l'apoteosi: quando telefono agli enti di formazione per chiedere chiarimenti su un piano formativo, non riesco neppure a immaginare gli accidenti che mi tirano dietro, considerato che poi gli stessi formatori devono tornare dall'azienda, spiegare cosa non andava, scusarsi per il ritardo nell'approvazione del Piano, eccetera. Presso alcuni consulenti devo aver raggiunto un livello di antipatia all'incirca tra Hitler ed Equitalia.
Eppure sono sempre io: il Kutavness tranquillo, diplomatico e remissivo che sono sempre stato. Ma la percezione di sé presso l'altro, una volta mediata dalla posizione lavorativa e dal ruolo ricoperto, cambia a volte anche diametralmente.
A volte mi chiedo: riuscirei a fare questo lavoro se fossi diretto, aggressivo e irascibile? Se, anziché "Mi dispiace, ma l'accordo sindacale è incompleto", mi venisse da urlare: "E' la terza volta che sbagliate questa cosa, coglioni! Ma ci avete la segatura, in testa?" (come, a volte, mi verrebbe voglia di fare)? Non lo so; pur tuttavia, questo ribaltamento di immagine che mi ha dato il lavoro, così insensato e paradossale, in fondo non mi dispiace. E' molto pirandelliano, e ben descrive quanto sia difficile costruirsi, giorno per giorno, interazione dopo interazione, quell'illusoria ancora di salvezza chiamata identità.

sabato 31 dicembre 2011

GTI - Grandi Tesi Indimostrabili (3) - Perché bisogna guardare al 2012 con ottimismo

Basta disperarsi e stracciarsi le vesti, ché fa pure freddo. Contrariamente a quanto riportato dai principali organi di disinformazione, il 2012 sta per nascere sotto i migliori auspici. Ci sono almeno dieci ottimi motivi per avere piena fiducia in un anno migliore del tremendo 2011. Vediamoli.

1. Perché non c'è più Berlusconi. Il fatto che molti dei provvedimenti dell'attuale governo, se presi da Silvio e soci, avrebbero probabilmente scatenato un'insurrezione popolare, tanto auspicata anche da molti di quelli che adesso tacciono, è del tutto ininfluente. Che saranno mai duemila euro in meno, per avere finalmente un Capodanno senza Bossi, Brunetta e la Gelmini?

2. Perché, sul filo di lana, ci ha lasciato Tremaglia, orgoglioso repubblichino che però, dopo aver firmato la legge per il voto degli italiani all'estero, autogol decisivo per la vittoria di Prodi nel 2006, e soprattutto dopo essere passato ai noti centristi di Futuro e Libertà, è diventato per molti un simpatico e folcloristico vecchietto.

3. Perché la Virtus Bologna ha vinto in trasferta.

4. Perché Minzolini non è più a capo del TG1.

5. Perché nessun altro è a capo del TG1.

6. Perché sono convinto che Bruce Springsteen si deciderà a far causa a Jovanotti per il plagio di "Streets of Philadelphia".

7. Perché, ancor più sul filo di lana, si è risolta definitivamente la spinosa questione del San Raffaele: diventerà il mausoleo di Don Verzè.

8. Perché presto arriverà a Lele Mora un'altra fornitura di cerotti.

9. Perché Katy Perry è di nuovo single.

10. Perché il cinepanettone va malissimo (solo qualche milione di euro di incassi) e il Grande Fratello rischia di chiudere anzitempo, per overdose di tamarreide.

Insomma, i motivi per guardare al 2012 con ottimismo non mancano. A condizione di non pretendere di arrivare al 2013: almeno un po' di realismo, cazzo!

mercoledì 13 luglio 2011

Se ce l'ha fatta LUI

Una volta, quand'ero ancora poco più che maggiorenne, volevo fare il giornalista.

A diciott'anni scrivevo per i due giornali del mio paese, il bollettino comunale e quello parrocchiale. Una notizia per uno, ogni mese, ché tanto in paese non succedeva altro. Ma mi piaceva girare, telefonare, documentarmi, andare più a fondo anche in notizie apparentemente di poco conto.

A ventun anni ho iniziato a collaborare per un mensile, poi quindicinale, che per un po' ha avuto una certa diffusione a livello comprensoriale. Ho raccolto gli articoli, sono diventato pubblicista. Ero molto orgoglioso.

Poi è finita come per molti altri con la mia stessa passione: non entrava una lira che fosse una, anzi, a volte c'erano pure delle spese. A malincuore ho dovuto abbandonare tutto.

Oggi mi chiedo dove potrei essere se solo avessi perseverato.

Perché, se uno come Elmar Burchia scrive sul Corriere, allora noi tutti possiamo ambire al Pulitzer.

mercoledì 22 giugno 2011

Nell'altra stanza

Mi sta succedendo di nuovo.

Di solito è verso quest’ora della sera che avverto questa sensazione. Qualcosa che mi pervade, un calore inspiegabile, una volontà che fa a pugni con i miei casini quotidiani.

Faccio scendere la zip della tuta da ginnastica, giacca e cravatta le ho dimenticate già da un pezzo, prima ancora che imparassi a fare un nodo decente. Non sono in tuta perché ho corso, ormai pure quelle sgambate sul lungofiume sono un ricordo, e il mio fisico inizia un po’ a risentirne. La maglia aperta mi mostra impietosa un inizio di pancetta. Ma non me ne curo, a lei piaccio comunque.

Il calore si sta facendo insopportabile. Mi tolgo i pantaloni, mi sfilo la maglietta e i calzini.

Nell’altra stanza, lei mi sta già aspettando.

Mi avvicino silenziosamente. Lei è sul letto e sorride. Al contrario di me, come fossimo due vasi comunicanti, negli ultimi tempi è dimagrita, più o meno quanto io sono ingrassato, ma il suo fisico rimane irresistibile. Forse non mi ero mai accorto di quanto mi piacesse un aspetto più androgino. Ho voglia di lei come di aria di montagna.

Fino a non molto tempo fa era diverso. Litigavamo per delle stupidaggini, lei spesso si negava all’abbraccio, diceva che non mi prendevo abbastanza cura di lei, mi rinfacciava di non sentirsi difesa né protetta. A volte aveva pure ragione, non sono mai stato un cuor di leone. Ora, invece, sembra affidarsi completamente a me, è sempre pronta ad accogliermi, ad ascoltare le mie paturnie, i miei momenti di sconforto, con la stessa pazienza con cui si sorbisce il resoconto della mia giornata da disoccupato forzato. Mi aspetta nella stanza con quell’impercettibile sorriso, per darmi l’unico premio che penso di meritarmi.

Entro come se mi sentissi in fiamme. E dire che, all’inizio, avevo paura, una fottuta paura di questo calore. Per me era una novità, dopo parecchio tempo. O meglio, una sensazione che forse una volta avevo provato, di tanto in tanto, ma ora ritornava con una violenza inimmaginabile. Era cambiata lei, e stavo cambiando io. Ma come stavo cambiando? Mi stavo forse trasformando in un porco, in uno che se ne approfitta?

Ma, del resto, mi ero poi domandato, cosa c’è di male? Perché farsi così tante remore sull’istinto più naturale che si possa provare nei confronti della propria amante? Perché rinunciare a tornare a volersi bene, dopo tutto quello che era capitato?

Ora le sono di fianco, mi sfilo i boxer improvvisando un ridicolo spogliarello. Lei sorride, i suoi grandi occhi scuri mi fissano. Casomai il problema poteva ripresentarsi sotto altri aspetti. Ma non sarebbe stato certo quello a fermarmi, quando si ha così tanta voglia di ricominciare, di ristabilire un contatto, di ridare un senso alle proprie giornate.

E così, ogni sera, quando questo calore mi fa visita, mi avvicino a lei, rimuovo il lenzuolo, e lentamente mi stendo sul suo corpo sottile, facendo la massima attenzione a non urtare tubi o apparecchiature. Perché lei, da quella notte in cui mi urlò dall’auto che sarebbe sparita per molto tempo, è in stato vegetativo permanente. E io, tornato a casa con lei, non potendo donarle la morte, ogni giorno le dono il momento in cui la vita è totalmente vita.

martedì 15 giugno 2010

In quattro anni

L'esordio della Nazionale, ieri sera, mi ha fatto tornare indietro nel tempo a quattro anni fa, al debutto degli azzurri contro il Ghana. Accipicchia, prima riflessione, sembra che questi quattro anni siano passati in un lampo, tanto vivido e preciso è il ricordo di quella serata. Man mano che si cresce, le distanze temporali sembrano appiattirsi fino a ridursi a qualcosa d'irrilevante, di accidentale. Quello che conta è l'evento, il rito che si ripete uguale a se stesso.

Eppure, mi dico un attimo dopo, a mente più fredda, lo scorrere del tempo non è un episodio, non è uno standby tra un Mondiale e l'altro, e se lo diventa, è perché probabilmente è venuto a mancare qualcosa dentro di me.

Eh no, rifletto quasi con rabbia mentre le due squadre fanno il loro ingresso in campo, in questi quattro anni - a ben vedere - è cambiato praticamente tutto.

Quattro anni fa guardavo la partita a casa di un caro amico, col videoproiettore che sparava il gol di Pirlo un metro per due sulla parete bianca. Oggi vedo questi amici col contagocce, nei sempre più rari aperitivi.

Quattro anni fa vivevo ancora nei miei cinquanta metri quadri vicino al Sant'Orsola, e non mi passava neanche per l'anticamera del cervello di cambiare casa. Oggi la TV è su una colonna frigo-forno che ha i giorni contati, appena la casa nuova avrà la sua cucina nuova.

Quattro anni avevo appena iniziato un contratto a progetto presso un centro studi, facevo le mie ricerche all'Università ed ero carico come una molla. Ora, scaduto il contratto a progetto, mollata l'Università su diretto consiglio del Prof. ("Si guardi intorno, non riesco a sistemarvi tutti"), e dopo aver visto coi miei occhi come funzionino i concorsi da ricercatore, mi arrabatto tra una collaborazione a progetto e un'altra, entrambe a Modena, abbastanza interessanti e retribuite decentemente, ma con un rimpianto che proprio non mi va via.

Quattro anni fa stavamo in quattro su un divano sfondato, con abbondanti birre fredde da entrambi i lati, a sgolarci per Iaquinta e Cannavaro. Oggi, mentre Bagni il portasfiga esclama "E' un buon momento!" tre minuti netti prima del gol del Paraguay, salgo su una scala e riparo il perno di una wasistas, in sottofondo il brusio delle wuwuzelas.

Quattro anni fa avevo due bambini in meno, per quanto uno fosse già in arrivo. Oggi abbraccio forte Marco che ha deciso di dormire nel suo letto, abbandonando il lettino con le sbarre, mentre Martina, occhioni azzurri e ciuccio in bocca, si chiede cosa sarà quella strana scatola luminosa con delle cose che si muovono sopra.

Quattro anni fa era appena tornato Prodi, ve lo ricordate? E l'Unione dai mille partiti, e il loro programma-monster? Oggi... Beh, soprassediamo, altrimenti mi ci vuole un trapianto di fegato.

Quattro anni fa io e mia moglie eravamo appena passati indenni dalla prima vera crisi post-matrimoniale, e l'arrivo di Marco ci faceva vedere tutto molto più semplice, le montagne si spianavano di fronte ad una sana ed incosciente dose di ottimismo. Oggi mi accorgo che Tonino Guerra, per una volta, ha detto una cretinata. Devo cambiare alcuni aspetti del mio carattere ma per far questo devo ridefinire quello che sono stato per trentacinque anni, forzare alcuni miei comportamenti, sostituire l'autorevolezza ad una calma ormai trasformatasi in indifferenza. Facile come un gol in rovesciata da ottanta metri. Bendato.

Quattro anni fa l'Italia vinse il Mondiale senza aver mai subito un gol su azione. Ieri ne ha già preso uno.

Quattro anni fa, soprattutto, non andavo a raccontare i cazzi miei in un blog. Oggi lo faccio. Perché, comunque, mi aiuta tanto. Perché sono sempre andato meglio allo scritto che all'orale. Perché altrimenti mi si rompe qualcosa dentro, ché l'autostima del portiere Green, in confronto alla mia, è granitica. E, soprattutto, perché non mi sarei mai immaginato di fare un bilancio della mia vita di fronte a ventidue idioti strapagati. Ventidue idioti che però, quattro anni fa, mi entusiasmavano fino alle urla.

La partita è finita. Marco dorme. I prossimi impegni saranno difficili, ma possiamo farcela.

mercoledì 21 aprile 2010

Strade e vite

Sto rientrando a casa. Cerco di mantenere un faticoso equilibrio tra le due borse cariche di spesa. L'andatura è, inevitabilmente, un po' da pinguino. Mi fermo circa a metà del ponte di Via Libia, in prossimità delle scale che scendono fino a Via Sabatucci.

[Francesco Sabatucci, Franco per i compagni. Dalla sua Bologna è finito in Veneto, Brigata Mazzini, pochi uomini e un coraggio che sfiora l'incoscienza. C'è il Ponte della Priula da far saltare. Con Franco sono in sette. Ma ci riescono. Catturano le sentinelle e fanno brillare le mine. Il nemico dovrà trovarsi un'altra strada. Ed eccolo ancora, poco più in là, sul Cansiglio, a tener botta ai rastrellamenti, cinque giorni, cinque dannati soli. Loro sono di più, molti di più. Non ci pensare, non vuol dir nulla. E ce la fa di nuovo. La Brigata Mazzini è salva, esce dalla sacca, si prepara a nuovi combattimenti. Ci vuole un tradimento per fermarlo, a 23 anni, fine '44: ucciso durante un tentativo di evasione, nonostante tutto ancora non voleva arrendersi.]

Non ho voglia di fare tutte quelle scale a piedi, con le sporte in mano. Scendo dal ponte, le auto mi sfrecciano vicine. Sotto di me l'ingresso alle Officine di Piazza Grande, proprio dirimpetto alla fine di Via Gastone Rossi.

[E' un ragazzino, Gastone. Ha appena sedici anni. A quell'età si dovrebbe pensare ad altro che ad uccidere e non farsi uccidere. In un'azione di fuoco "Leone", come lo chiamano, rimane ferito. Capisce subito cosa sta succedendo: una mitragliatrice carica è puntata sui suoi compagni. Con l'agilità e la follia della sua gioventù, si lancia addosso al mitra, armato solo di bombe a mano.]

Il ponte sembrava non finire mai. Mi fermo a rifiatare di nuovo vicino al semaforo, di fianco al videonoleggio, all'incrocio con Via Masia.

[Massenzio Masia, nome di battaglia Max. 42 anni, comasco, azionista, giornalista e scrittore, persona colta, di grandi doti organizzative. E' uno dei capi della lotta di liberazione in Emilia-Romagna. Parri gli sconsiglia di tornare a Bologna: troppo rischioso. Lui torna comunque. Due spie fasciste lo fanno arrestare. Lo torturano, ma lui non parla. Tenta due volte il suicidio, prima avvelenandosi, poi buttandosi dal secondo piano della caserma. Lo conducono davanti al plotone con le gambe spezzate. Un male da impazzire. Ma, ancora, Max trova la forza di rifiutare la grazia; anzi, cerca di assumersi anche la responsabilità degli altri sette vicini a lui. Li fucilano tutti.]

Mi lascio sulla sinistra il teatro Dehon e la chiesa della Madonna del Suffragio, che gli stessi Padri Dehoniani definiscono scherzosamente "Nostra Signora del cemento armato". Sulla destra un bar, un negozio di pasta fresca e un condominio pieno di extracomunitari, oggetto di recenti proteste leghiste. Altro semaforo, all'angolo un anziano barbiere, di negozietti come il suo ormai ne sono rimasti pochi. Supero Via Sante Vincenzi.

[E' dura la libertà, Sante. Vari arresti, sei anni di confino. Quante volte te l'avranno chiesto, nella tua officina di meccanico: "Ma chi te lo fa fare?". Ma tu invece insisti, "Mario": ti han dato da coordinare le brigate della Divisione Garibaldi a Bologna, e tu lo fai, come fossero tante parti di un unico motore che non deve spegnersi. Ti catturano, ti torturano, ma invano. Hai sopportato ben altro, pur di non scendere a compromessi. Il traguardo è a un passo, ma a te basta sapere che quel passo lo faranno molti altri. I tuoi ragazzi. Tu hai cinquant'anni, al futuro penseranno loro. Ti uccidono la notte prima della Liberazione.]

Ancora poche centinaia di metri e sono a casa. Passo vicino alle vecchie scuole "Giordani", emblema del quartiere, con un centro giochi nel seminterrato, dove talvolta porto mio figlio il giovedì pomeriggio. Come sempre, il piccolo parco giochi di Via Musolesi appare vuoto.

[E' diverso dagli altri, Mario. E' atipico, è un po' strano. Per cominciare, crede in Dio. Poi ha la fama di voler far tutto da sè. Costituisce una brigata partigiana autonoma, "Lupo", con alcuni inglesi fuggiti da un campo di concentramento. Nel giro di pochi mesi, trasforma quel manipolo di pazzi in un'organizzazione efficientissima, la Brigata Stella Rossa, che attira molti partigiani. Tentano di ammazzarlo un paio di volte, suo fratello viene catturato. "Lupo" non molla la preda. Attacchi, sabotaggi, eliminazione di spie e collaborazionisti. A Marzabotto, la Brigata Stella Rossa è schiacciata dalla controffensiva nazifascista. Mario scompare: lo ritorvano solo un anno dopo, rannicchiato in una buca, come se stesse pregando.]

Un colorato negozio di frutta e verdura mi informa che sono già in via Palmieri, e devo svoltare.

[Studiava Medicina Gianni Palmieri, quando esplose l'inferno. Sesto anno, ancora pochissimi esami e poi, finalmente, la laurea, al Sant'Orsola inaugurato appena pochi anni prima, dagli stessi che hanno poi provocato quell'infamia. Cosa sai fare, ragazzo? Curo i malati. Bene, dirigerai il servizio sanitario della Brigata "Bianconcini". Terapia d'urto, altro che lezioni e tirocini: un orrore quotidiano, al quale non si sottrae mai. Nemmeno quando arrivano i nazisti. Tre giorni di attacchi, nei quali Gianni lavora anche di notte, senza tregua. La Brigata rompe l'accerchiamento, ma lui non li segue: vuole assistere i feriti. Lo catturano. Ma non lo uccidono subito, quei cani bastardi: prima deve curare i loro, dato che è così bravo. Poi, quando non serve più, il solito colpo alla nuca e via. Aveva 23 anni.]

Percorro via Palmieri, alti palazzoni da un lato e vezzose casette a due piani con giardinetto dall'altro. Sulla sinistra inizia a vedersi il ponte di Via Bentivogli.

[Ha già sessant'anni, Giuseppe, e alle spalle una vita da braccato. Socialista, antifascista, animatore del movimento cooperativo. E allora carcere, confino, fughe all'estero. La guerra l'aveva già vista, trent'anni prima, ma evidentemente non era bastata. Ora però l'anzianità può diventare un prezioso alleato, se riesci a trasformarla in esperienza: Giuseppe organizza la resistenza in Emilia di par suo, come quando dirigeva il movimento contadino. Anche lui cade nelle grinfie del nemico a un'alba dalla meta: lo fucilano la notte tra il 20 e il 21, con l'amico Sante Vincenzi.]

Mi chino per scambiare le sporte. I piedi mi dolgono. Mi rialzo e proseguo per Via Paolo Fabbri.

[E' romagnolo, Paolo, primo di dieci figli. Socialista da sempre, combattente fin dalla più tenera età, consigliere provinciale a Bologna. Lo mandano in confino, a Lipari, e lui aiuta ad evadere Lussu, Rosselli e Nitti, a costo di beccarsi altri tre anni di isolamento. Entra nelle Brigate Matteotti, e per la sua abilità politica viene mandato al Sud per contattare il comando alleato e organizzare la strategia di liberazione nazionale. Ma, mentre ritorna, è catturato dai nazisti sull'Appennino e fucilato, il giorno di San Valentino.]

Arrivo finalmente a casa e mentre appoggio le sporte, stravolto dalla stanchezza, lo sguardo mi cade sul calendario. E' il 21 aprile, 65esimo anniversario della Liberazione di Bologna. E i nomi delle strade che ho percorso mille volte, e che un po' si somigliano tutte, in questo quartiere chiamato Cirenaica, all'improvviso tornano a parlare, a raccontare le loro vite e i loro ideali, a svelare la Storia e le storie nascoste dietro indicazioni stradali alle quali ormai nessuno fa più caso: storie che camminano lungo le mille strade diverse verso un'Italia libera.

mercoledì 27 gennaio 2010

Ricordo, memoria, silenzi

Padre Santo! Come figlia del popolo ebraico, che per grazia di Dio è da 11 anni figlia della Chiesa cattolica, ardisco esprimere al padre della cristianità ciò che preoccupa milioni di tedeschi. Da settimane siamo spettatori, in Germania, di avvenimenti che comportano un totale disprezzo della giustizia e dell’umanità, per non parlare dell’amore del prossimo. Per anni i capi del nazionalsocialismo hanno predicato l’odio contro gli ebrei. Ora che hanno ottenuto il potere e hanno armato i loro seguaci - tra i quali ci sono dei noti elementi criminali - raccolgono il frutto dell’odio seminato.

Le defezioni dal partito che detiene il governo fino a poco tempo fa venivano ammesse, ma è impossibile farsi un’idea sul numero in quanto l’opini one pubblica è imbavagliata. Da ciò che posso giudicare io, in base a miei rapporti personali, non si tratta affatto di casi isolati. Sotto la pressione di voci provenienti dall’estero sono passati a metodi più "miti" e hanno dato l’ordine "che a nessun ebreo venga torto un capello".

Questo boicottaggio - che nega alle persone la possibilità di svolgere attività economiche, la dignità di cittadini e la patria ha indotto molti al suicidio: solo nel mio privato sono venuta a conoscenza di ben 5 casi. Sono convinta che si tratta di un fenomeno generale che provocherà molte altre vittime. Si può ritenere che gli infelici non avessero abbastanza forza morale per sopportare il loro destino. Ma se la responsabilità in gran parte ricade su coloro che li hanno spinti a tale gesto, essa ricade anche su coloro che tacciono.

Tutto ciò che è accaduto e ciò che accade quotidianamente viene da un governo che si definisce "cristiano". Non solo gli ebrei ma anche migliaia di fedeli cattolici della Germania e, ritengo, di tutto il mondo da settimane aspettano e sperano che la Chiesa di Cristo faccia udire la sua voce contro tale abuso del nome di Cristo. L’idolatria della razza e del potere dello Stato, con la quale la radio martella quotidianamente la masse, non è un’aperta eresia? Questa guerra di sterminio contro il sangue ebraico non è un oltraggio alla santissima umanità del nostro Salvatore, della beatissima Vergine e degli Apostoli? Non è in assoluto contrasto con il comportamento del nostro Signore e Redentore, che anche sulla croce pregava per i suoi persecutori? E non è una macchia nera nella cronaca di questo Anno Santo, che sarebbe dovuto diventare l’anno della pace e della riconciliazione?

Noi tutti, che guardiamo all’attuale situazione tedesca come figli fedeli della Chiesa, temiamo il peggio per l’immagine mondiale della Chiesa stessa, se il silenzio si prolunga ulteriormente. [...]

(Dalla lettera di Edith Stein, martire ad Auschwitz-Birkenau, a Papa Pio XI, 1933. La lettera non ebbe mai risposta)

L'«era del testimone» si sta chiudendo, per il buon motivo che i testimoni vanno scomparendo a uno a uno. Da qui la delicatezza della stagione che va inaugurandosi nei nostri anni, e la difficoltà della sfida che si è voluto raccogliere con l'istituzione di un Giorno della Memoria. Noi dobbiamo trasmettere ai posteri la memoria della Shoah, ma dobbiamo farlo, per così dire, senza conoscenza di causa: senza il terribile privilegio di averla vissuta.

(Sergio Luzzatto, Il sole 24 Ore, 24/01/2010)

martedì 17 novembre 2009

Hard discount

Ecco le 10 cose che mi hanno eccitato sessualmente di più negli ultimi giorni:
  1. Il servizio fotografico di Benedusi su Sports Illustrated, dal sito del Corriere;
  2. L'ultima campagna pubblicitaria della PETA;
  3. I dipinti di Terry Rodgers, con scenari di post-orge upper class, dal sito di Repubblica;
  4. La brochure dell'invito ad una festa, inviatami via Facebook;
  5. La pubblicità di un centro depilazione, sulla free-press raccattata in stazione;
  6. La copertina di una rivista di elaborazioni auto, vista in edicola;
  7. Svariati videoclip su MTV (v. il mio post precedente sulla gnocchizzazione delle cantanti);
  8. Il cadavere nudo e sdraiato della Merz (la sua migliore interpretazione di sempre) in un'ennesima replica di Montalbano;
  9. Una foto seminuda della conduttrice dello Zecchino d'Oro, sulla rivista di una sala d'aspetto;
  10. La seconda parte di un'edizione qualsiasi di Studio Aperto.
Insomma, è un bombardamento continuo. E, come si nota, è tutto materiale di libero accesso e consumo, a qualsiasi ora del giorno. Non serve sussurrare niente all'edicolante, né rischiare di lasciare traccia nella cronologia del PC. Ed è pure gratis. Però, dopo un po', che palle.

giovedì 12 novembre 2009

Blocco creativo

Sono solo in ufficio, giornata relativamente tranquilla. Avverto una certa qual voglia di scrivere, ma subito mi blocco, poiché sono indeciso tra:
  • Un racconto in cui un ispettore in preda a tremendi incubi necrofili si ritrova ad indagare su un serial killer di belle ragazze nude;
  • Un articolo in cui presento l'attività del mio datore di lavoro come punto di incontro tra università ed impresa, fondamentale per il rilancio di un'economia della conoscenza che crei un vantaggio competitivo sostenibile a livello regionale;
  • Uno sproloquio contro quella merda umana di Giovanardi, il più famigerato sottoprodotto della destra modenese insieme a Isabella Bertolini, la pasionaria oversize del PdL;
  • Una lettera di presentazione al mio CV che suoni minimamente credibile e che convinca una qualsiasi azienda che nei miei 10 anni in Università non ho cazzeggiato;
  • Un SMS carico di traboccante poesia per mia moglie;
  • Un post di questo blog, che ormai ha le ragnatele.

Si è poi visto da dove sono partito. E intanto squilla già il telefono dell'ufficio.

Che bradipo mentale che sono.

mercoledì 14 ottobre 2009

Coming out

Bologna, maggio 1995. In alcune sedi centrali dell'Università si tiene la rassegna UNIV-Italia, sponsorizzata dalla Fondazione CRUI e dedicata alla presentazione di papers tematici da parte di studenti e ricercatori. In quell'anno, dedicato alla comunicazione, partecipo anch'io con alcuni amici, presentando un paper su come è affrontato il tema del lavoro nei principali quotidiani nazionali. Le aule sono strapiene, vi è una grande partecipazione, l'ambiente mi carica molto. L'ultimo giorno, nella meravigliosa cornice dell'Aula Absidale di Santa Lucia, vi è una conferenza conclusiva. L'Aula è gremita, si fa fatica ad entrare. Vi sono due relatori. La prima, una signora di mezz'età con gli occhiali, inizia a parlarci dell'università come luogo privilegiato per esperire il piacere della scoperta. Parla del ruolo centrale della ricerca, dell'importanza del creare dal basso gruppi di studio ed interesse su determinate tematiche, della necessità di cogliere gli anni di Università per instaurare relazioni significative nel mondo del lavoro. La ascoltiamo tutti con grande attenzione. Al termine del suo intervento, un fragoroso applauso la saluta. Anch'io, ventenne, rimango piacevolmente sorpreso. Mi devo ricordare questo nome, penso prima di uscire.

Paola Binetti.

Oggi faccio pubblica ammenda e spero nella vostra clemenza.

martedì 29 settembre 2009

Pagina 46

Lorenzo, un mio collega di lavoro (beh, collega... Lui è tutor d'impresa, io non arrivo a tanto), scriveva alcuni giorni fa su Facebook: "...e se la soluzione di tutto fosse a pagina 46"? In effetti, ogni tanto noi tutti, appassionati o meno della Settimana Enigmistica, sentiamo il bisogno di una bella e rassicurante pagina 46, tutta piena di risposte e soluzioni, interamente dedicata a te che, magari nonostante sforzi inenarrabili, non sei proprio riuscito a risolvere questo o quell'enigma. La pagina 46 è lì, puntuale, tutte le settimane, a sciogliere in un istante quel dubbio che ti era rimasto in punta di lingua, o di penna. Un libro delle riposte, non generiche e variamente interpretabili, ma precise e perfettamente adatte a quel problema. Si può chiedere di meglio?

Ma attenzione: non tutto si trova risolto a pagina 46. Sarebbe troppo comodo. Una soluzione a tutto, magari senza neanche pensarci troppo, e via. No. Nell'enigmistica come altrove, non è così semplice. Parecchi enigmi restano senza soluzione, per un'intera settimana, e lì sì che ti devi impegnare, rifletterci sopra, riconsiderarli da una prospettiva diversa, trovare nuovi percorsi. Perché per quelli non c'è una scorciatoia. Richiedono tempo e impegno. E se proprio non ce la fai, devi riacquistare la Settimana il sabato successivo. Dove, non più nella comoda pagina 46, ma in altre due pagine altrettanto fitte, la 47 e la 48, le ultime due, troverai finalmente risposta ai quesiti più difficili. E magari, se la risposta che pensavi è corretta, con molta più soddisfazione.

venerdì 25 settembre 2009

Buona notte

Una giornata ruvida, di quelle in cui non ti sai spiegare, o forse credi che tutti ti fraintendano. Un banale litigio con mia moglie, per un mio atteggiamento che lei ha mal interpretato, o che non si è capito bene da parte mia. Vai a capire, lì, chi ha ragione. Rimane il fatto che poi non si riesce a passarci sopra, tornano alla mente strascichi mai sopiti, stupidaggini ingigantite, e mi ritrovo a piantarla in asso, dai miei, mentre io salgo in macchina e me ne torno a casa, un'ora di distanza, e sono già le undici. "Ti chiamo quando arrivo", sono le uniche parole che riesco a dirle. Ho voglia di starmene per i fatti miei, anche solo per una notte. Lei domani tornerà in treno, si arrangerà. Faccio tutta la statale, arrivo a Bologna, svolto verso casa. Ma quando sto per parcheggiare, dall'autoradio si sprigiona una canzone. Non una delle solite. Uno dei brani preferiti da mia moglie. Lo ascoltavamo spesso, quando ci siamo messi insieme. Alzo il volume, compongo il numero sul cellulare. Lei risponde, assonnata. "Sono arrivato. Ti ricordi di questa canzone?" Avvicino il cellulare alle casse. Lei ci mette un po', probabilmente stava dormendo, l'ho svegliata. Ma sento che il suo tono di voce è cambiato. "Buona notte", le sussurro. Esco dall'auto e mi sento come se mi fossi liberato di un macigno. Sarà stata anche solo una coincidenza, ma sembra che certe radio, certe canzoni, certi ricordi servano solo a quello. A creare sempre nuove coincidenze, che ti spiazzano, ti costringono a una prospettiva diversa, ti aprono alternative.

Domani chiariremo. Ammesso che ci sia ancora qualcosa da chiarire.

mercoledì 4 marzo 2009

La rosa di seta

Stamattina ho preso l'auto per andare al lavoro. In tangenziale, ascolto su Radio Capital un brano di Mina che piace molto a mia moglie (bravissima pure a cantarlo). Su due piedi, visto il mio famoso lato romantico che ultimamente fatica a emergere, decido di comprarle una rosa. Saranno mesi che non lo faccio. Entro alla Coop vicino al mio ufficio, trovo un bel vaso pieno di rose di vari colori. Ho fretta, ne scelgo una rossa un po' più grande delle altre. Corro alla cassa, e sul display compare la scritta "ROSA ROSSA SETA". Seta??? Tocco i petali, e mi accorgo che è finta. Io la volevo vera, anche se in pochi giorni si riduce a un bozzolo avvizzito e maleodorante. Cavolo, mi dico mentre esco, non saper più riconoscere una rosa vera da una finta può voler dire solo due cose. O mi serve subito un esame di coscienza (o, in alternativa, una vacanza), oppure i cinesi sono diventati maledettamente bravi.