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martedì 23 agosto 2011

Informarsi prima

Anche quest'anno decidiamo di inserire, nel mesetto in Sicilia, una settimana al mare. Una nostra amica, che abita in provincia di Trapani, ci consiglia una località vicina a casa sua: la costa sabbiosa è adatta ai bambini, il mare è pulito ed è possibile visitare luoghi vicini di grande interesse storico e artistico.

Bene, mi metto all'opera. Cerco su Internet e finalmente trovo un appartamento con veranda ed aria condizionata, a soli 50 metri dal mare.

Arriva il giorno prescelto: ci mettiamo in macchina, tre ore abbondanti di strada, ed eccoci giunti all'appartamento.

I proprietari sono gentilissimi, l'appartamento corrisponde appieno alla descrizione, però fin da subito c'è qualcosa che non mi convince. Innanzitutto, le strade, tutte parallele tra loro, non hanno nomi, ma sono identificate da un numero. E già questo mi suona strano. Di solito non promette nulla di buono. Quando poi decidiamo di scendere in spiaggia, il mio presentimento trova conferma. La casa è effettivamente a 50 metri dal mare, ma dopo quella ce n'è un'altra, e poi un'altra ancora, finché la strada si interrompe sfumando nella sabbia del litorale, a non più di una ventina di metri dal mare.

Il primo giro sulla spiaggia, sviluppata per chilometri in lunghezza ma ormai ridotta a una striscia sottilissima, mi apre definitivamente gli occhi. Quelli della strada in cui avevamo la casa non erano neppure stati tra i più sfacciati. Duecento metri più in là c'è una casa in costruzione quasi sull'acqua, e la strada arriva a un punto che, se a un'auto si rompe il freno a mano, la ritrovano a mollo in due minuti netti. Il tutto in un'area che, fino agli anni Sessanta, aveva un arenile enorme, ricco di dune e di vegetazione spontanea.

Tornato a casa con la sgradevole sensazione di essere stato, sia pure inconsapevolmente, complice di uno scempio paesaggistico di proporzioni barbariche, ho finalmente fatto quello che avrei dovuto fare prima della partenza: cercare informazioni sulla località di villeggiatura su Google. Avrei trovato questo. E anche questo. E, di certo, avrei cambiato idea. Dannata pigrizia.

giovedì 31 marzo 2011

Promemoria da Lampedusa

Allora, Silvio, prima cosa: non si chiama Costa Francese, ma Cala Francese.

Secondo: se davvero vuoi farci un casinò, non sperare che ci arrivi gente col traghetto Siremar da Porto Empedocle, perché quella sì che è una vera "carretta del mare".

Terzo: a Lampedusa più che altro servirebbe un reparto maternità, visto che le donne dell'isola vanno a Palermo a partorire a proprie spese.

Quarto: un campo da golf ha bisogno di migliaia di litri d'acqua al giorno. Farlo in una zona in cui i rubinetti vanno a fasi alterne, con l'acqua di un dissalatore, è pura demenza.

Quinto: ma ti faceva proprio schifo la base USA dismessa a Comiso per trasferire i migranti?

Sesto: quegli energumeni che ieri, con fare definibile unicamente come mafioso, minacciavano di picchiare alcuni contestatori che volevano esporre uno striscione, non credo siano raccomandabili come guardie del corpo.

Settimo: non rubare. Ah, no, scusa Silvio, questo non c'entra niente. Reset.

Ottavo: comprar casa a Lampedusa in questo momento è un affarone, già che c'eri potevi acquistare direttamente mezzo paese e mandarci in vacanza le tue olgettine, così erano meno in vista e al telefono non si lamentavano di te.

Nono: quel "forse costruiremo una scuola", detto dopo il casinò e il campo da golf, dimostra sia l'idea che hai dell'istruzione, sia l'immagine di villaggio vacanze in cui vorresti trasformare l'isola (allora dopo sì che gli immigrati cambierebbero rotta: si sentirebbero troppo pezzenti!).

Decimo: l'esenzione fiscale promessa ai lampedusani vale anche per la tua neo-villa?

Undicesimo: hai detto all'incirca "sono venuto solo adesso perché sono abituato a portare soluzioni". Cavolo, rispetto a Napoli i tuoi tempi di reazione si sono un po' allungati. Urge esercizio.

Dodicesimo: le Regioni non vogliono i rifugiati, i lampedusani non ne vogliono più, i Paesi di provenienza col cazzo che se li riprendono indietro. Intanto ne giungono altri. Dove li mandi in 48-60 ore, Silvio? Nel vulcano finto di Villa Certosa?

Tredicesimo: a Porto Empedocle, dove partono le navi per Lampedusa, c'è uno splendido biglietto da visita per il viaggio: dal porto si vede una strada mai ultimata, un viadotto che si interrompe a venti metri da una galleria, ormai invaso da ruggine ed erbacce. Che dici: lo facciamo patrimonio UNESCO?

Quattordicesimo: se proprio vuoi fare tutte queste cose sull'Isola, Silvio, datti una mossa. Che sia un processo breve.

lunedì 11 ottobre 2010

Acqua privata, per bicipiti da urlo

Nubifragi in Sicilia, e per l'ennesima volta Agrigento si ritrova senz'acqua. Quell'acqua che pure sgorga, abbondante e microbiologicamente pura, a poche decine di chilometri dal capoluogo. E che non arriverà mai al disastrato acquedotto pubblico, bensì alla multinazionale Nestlé, che dal 2006 la imbottiglia e la rivende, a un prezzo tutt'altro che economico, a marchio Vera, pagando alla Regione Siciliana (quella di quel Lombardo che sta sempre più simpatico anche a molti PD) la bellezza di 254 euro l'anno, più 620 di concessione governativa (Fonte: questo articolo).

Il fatto è che questo caso è il forse il più eclatante, ma di certo non l'unico. In Sicilia sono rimasto colpito dal numero altissimo di marche di acqua in bottiglia, acqua che nella quasi totalità dei casi proviene proprio dai monti dell'isola. Così, mentre i rubinetti delle case a volte vanno a singhiozzo, e la bolletta idrica costa il doppio della media nazionale, i supermercati traboccano (ops) di pesantissime confezioni da 6, e nessuno rinuncerebbe alla sua bottiglia di Fontalba o di Cavagrande. Così facendo, però, a medio-lungo termine intere falde acquifere dell'isola rischiano di prosciugarsi, a cominciare proprio da quella della Nestlé, sottoposta a uno sfruttamento eccessivo. Con il paradosso che, tra qualche decina di anni, alcuni acquedotti locali smetteranno finalmente di perdere: ma non perché li abbiano riparati, bensì perché di acqua non ce ne sarà più.

Però, per evitare i soliti disfattismi e in un sussulto di obiettività, guardiamo per un attimo la questione dall'altro lato: vuoi mettere che schiena e che bicipiti ti vengono?

domenica 14 febbraio 2010

Martellate sui coglioni

Mario Centorrino, professore di Economia all'Università di Messina e Assessore alla Formazione della Regione Siciliana, ieri a Siracusa ha dichiarato testualmente: "Le ideologie sono ormai superate. Destra e sinistra, tutti assieme, almeno per un anno prendiamoci una pausa. Non leggiamo più per un po' Camilleri, Tomasi di Lampedusa o Sciascia perchè sono una sorta di "sfiga" nei confronti della Sicilia. Ci vuole ottimismo". Centorrino, entrato nella Giunta di Lombardo nell'ultimo, ennesimo rimpasto, è l'unico assessore iscritto al PD. Credo che ogni commento sia superfluo. Il mio è già nel titolo.

P.S. La notizia è riportata sul sito dell'Unità. Del profilo di Centorrino manca un solo, piccolo particolare: l'iscrizione al PD.

mercoledì 13 gennaio 2010

Il paese prosciugato

Un paese della Sicilia interna, quella meno conosciuta ai turisti, ma ugualmente sorprendente nei suoi paesaggi. Dintorni di colline levigate come seni di donna, verdi come d'Irlanda in primavera e di tutte le tonalità del giallo e del bruno in estate. Il paese è inerpicato in cima a un monte, non vi si passa per caso, vi arriva un'unica strada che fa il giro del centro storico e torna su se stessa. Le guide turistiche ne parlano in poche righe, vi sono tre ristoranti e nessun albergo, ma girando per i vicoli medievali, i cortili e le scale, si scoprono piccoli tesori d'arte. I resti di un castello svevo, una chiesa madre del dodicesimo secolo, un palazzo signorile di fine Quattrocento, una chiesa del Seicento rarissima testimonianza di barocco dipinto.

In questo paese abitava un gruppo di giovani amici, ragazzi brillanti, pieni di idee ed entusiasmo, molto attivi nel proporre esperienze culturali e ricreative. Si incontravano tutti i giorni nella piazza principale, una terrazza con belvedere sui Monti Erei, e condividevano progetti, aspirazioni e speranze. Il paese doveva essere il loro laboratorio.

Sono passati alcuni anni. Una ragazza del gruppo ha iniziato l'università a Catania, ma non si trova bene, detesta quei baroni che la ricevono in studio con malcelato fastidio. Sta imparando a fare la parrucchiera per mantenersi gli studi, ma nei negozi del paese l'apprendistato è rigorosamente gratuito. Anzi, lei deve solo ringraziare chi le insegna il mestiere. Si presenta l'occasione di trasferirsi a Bologna, per lavorare e continuare gli studi. A malincuore, la ragazza lascia i famigliari e l'adorato gruppo di amici, e parte.

Un altro ragazzo, animatore della parrocchia e fondatore del gruppo scout del paese, insegna all'Istituto Alberghiero. Prende il lavoro come una missione. Lo mandano a Palermo, quartiere Brancaccio, e grazie a lui alcuni ragazzi di strada diventano baristi. Poi le cose cambiano, l'insegnamento è più discontinuo, le gratificazioni sempre minori. Con la sua ragazza, fa domanda e si trasferisce a Como.

Due loro amiche, due gemelle che adorano lavorare coi bambini, continuano a crederci, e in paese aprono una ludoteca. Ma i bambini sono sempre di meno, i loro genitori non abitano più lì, e l'esperienza dura pochi mesi. Ottengono l'abilitazione per il sostegno, e pure loro finiscono a Como.

Un ragazzo della parrocchia, di grande intelligenza e sensibilità, non riesce più a reprimere la propria omosessualità. In paese già lo prendevano in giro prima, figurarsi adesso. Trova lavoro. In provincia di Milano.

Una ragazza bellissima, altra colonna portante della parrocchia, si laurea in Scienze Infermieristiche e, dopo un breve cercare, anche lei fa le valigie e arriva in Lombardia.

Un'assistente agli anziani e il marito, operaio, prendono casa vicino a Cesena. Di lì a poco li raggiunge un'altra del gruppo, ora maestra elementare. Un'altra maestra è poco più in là, a Ravenna.

Infine, una ragazza molto volonterosa ma timidissima e insicura, che fino all'ultimo ha cercato di restare nella quiete del paese, aggrappandosi ad ogni sogno, seguendo diecimila corsi rivelatisi uno più inutile dell'altro, è costretta pure lei - persino lei! - ad ammettere che in quella piccola perla sulla collina non può sopravvivere. Concorso per operatore sociosanitario, tempo indeterminato. A Bologna. E' arrivata da pochi mesi, e si trova bene.

Ho conosciuto personalmente, uno per uno, questi ragazzi, e di loro posso solo dir bene. Li ho visti tutte le estati, sempre sulla piazza del belvedere, salutarsi come se si fossero visti il giorno prima e non fossero ormai sparpagliati in tutta l'Italia settentrionale. E ho ripensato a ciascuno di loro di fronte all'ennesimo articolo di Repubblica sulla fuga dei giovani del Sud verso il Nord, un'emigrazione interna quasi a livello da anni Cinquanta, con l'aggravante che a partire ora sono i trentenni, i più qualificati, istruiti e dinamici. Articoli così non mi stupiscono più, ma non per questo diminuisce la mia rabbia, a ripensare a come sarebbe quel paesino se solo avesse potuto e voluto trattenere le sue menti migliori. Un paese ricco di fascino, ma immobile, improduttivo, svuotato, come le sue miniere. Prosciugato prima di zolfo, poi di futuro.

venerdì 21 agosto 2009

Rieccomi

Scusate l'assenza, ero qui.

lunedì 25 maggio 2009

La strada infinita

Mentre leggo dell'ultimo ribaltone di Lombardo, che in un colpo solo ha azzerato la sua giunta (forse non gli piace stravincere, o forse gli sono finalmente arrivati i pizzini coi nomi giusti), squilla il telefono di casa. Sono i miei suoceri dalla Sicilia, parlo un po' con loro. - E la strada? - chiedo a un certo punto a mia suocera - L'hanno finita di aggiustare? - La strada è quella che in paese chiamano il "Uazzicuccu" (anche se la U iniziale non è proprio U... è quasi una W). E' una stradina stretta e tortuosa, a senso unico, in forte pendenza, fiancheggiata da case e con due punti a strapiombo, protetti solo da muretti. Ma è anche l'unica strada che permette di scendere dal centro storico alla parte bassa del paese. La scorsa estate, quando siamo scesi in Sicilia per le vacanze, era in fase di riasfaltatura. Avevano appena iniziato e stavano sostituendo il bitume ormai sgretolato con cubetti di una pietra rosata, durevole e bella da vedere. Bene, penso io: anche qui in paese ci si dà da fare per l'arredo urbano. Siamo ridiscesi per Pasqua: i lavori erano avanzati di appena cento metri, e da mesi ormai girare in auto per il paese si era trasformato in un'autentica gimkana, con sensi unici, sensi di marcia invertiti e deviazioni su stradine che sembrano solo aspettare le tue fiancate. E adesso? I lavori sono fermi. L'azienda appaltatrice è scandalosamente in ritardo, il Comune non sa che pesci pigliare, e la strada resta lì: nel suo piccolo, l'ennesima incompiuta. E io pensavo: prova a farlo col Ponte sullo Stretto.

martedì 17 marzo 2009

"Tanto poi li votano lo stesso"

Ho salutato il ritorno di "Report" guardandomi il reportage su Catania. La Sicilia, terra che adoro e che al tempo stesso mi fa incazzare duro. Quando vado dai miei suoceri, ogni volta mi perdo in un diverso grumo di contraddizioni. Decisioni e convinzioni che a me, razionalista legalitario fin troppo incline al buonsenso e alla diplomazia, appaiono fuori da ogni logica. Ma quando queste contraddizioni rischano di implodere, di detonare, come in una Catania sull'orlo della bancarotta, lo sperpero di denaro pubblico, le mani della mafia sulla religiosità popolare, l'informazione locale a senso unico e dalla reputazione tutt'altro che cristallina... ti ritrovi una reazione opposta a quella che immagineresti. E allora cerchi, ti impegni, ti sforzi di capire il motivo. Perché non vuoi partire dal presupposto che i siciliani votino solo chi promette loro mari, monti, ponti e lavoro. Ti sembra troppo semplicistico, un insulto all'intelligenza di questa gente con te così ospitale. Ti dici: lo capiranno che così non si può continuare, che non è nell'interesse dei cittadini uccidere nella culla qualsiasi opportunità di sviluppo, che non ha senso infarcire l'isola di cemento, che già troppe opere faraoniche inutili o incompiute sono finite su "Striscia" o simili, che il pizzo è una barbarie. Lo capiranno, che certe facce in altri Paesi europei sarebbero già dietro le sbarre da un pezzo. Invece poi te le ritrovi, quelle stesse facce, in posizioni di prestigio ancor più elevato, sorridenti ed ecumeniche, con quella spocchia megalomane che fa tanto caricatura di siciliano. Perché quelle facce lì, qualcuno le ha votate lo stesso. Dopo Mani Pulite, speravo che un giorno l'impresentabilità di certi candidati a livello nazionale avrebbe fatto breccia anche nell'amata Sicilia. Sognavo che il vento benefico della legalità avrebbe pian piano risvegliato le coscienze e decontaminato l'isola dai suoi mali. E' accaduto esattamente il contrario. Il vento si è messo a spirare dalla parte opposta, verso tutta l'Italia. Impresentabilità, ineleggibilità sono divenute parole prive di significato, anche solo tentare di pronunciarle è inutile. E adesso ce li dobbiamo tenere, tutti quelli lì, e chiudere gli occhi davanti alle loro nefandezze. Tanto, a parlarne, sono sempre solo quegli irrecuperabili comunisti di "Report". E se non hanno ancora capito, giù un'altra querela.