Oggi pomeriggio, parlando con un mio collega, mi sono reso conto di quanto, a volte, il lavoro che fai possa portare gli altri ad avere una percezione di te totalmente diversa da come pensi in realtà di essere.
Chi mi conosce sa che sono una delle persone più miti, calme ed anti-conflittuali dell'orbe terracqueo.
Chi ha avuto a che fare con me per motivi di lavoro, difficilmente se ne accorgerebbe; anzi, più probabilmente, penserebbe l'esatto opposto. E non perché nel mio lavoro (anzi, nei miei lavori che si sono susseguiti negli anni) io abbia modificato una virgola del mio comportamento: non sono uno di quei Mister Hyde che, tra le quattro pareti del loro ufficio, sfogano le proprie frustrazioni su malcapitati sconosciuti. Buono ero, buono sono, e buono rimango. Eppure...
Quando ho fatto un anno di stage all'azienda di trasporti di Bologna, il mio principale incarico era quello di raccogliere i rapporti disciplinari a carico degli autisti e sanzionarli secondo un rigido tariffario delle multe. Immaginatevi con quale faccia gli autisti, già stressatissimi per il loro lavoro, si presentavano nel mio ufficio.
Nel mio decennio come assistente di un docente universitario, periodo in cui ostentavo un look giovanilistico, ero conosciuto tra gli studenti come "l'assistente cattivo con le mèches", e questo non per sadismo, ma solo perché avevo mandato via un paio di studenti che volevano prendermi in giro, fingendo di aver studiato. Tanto era bastato per etichettarmi come uno sotto cui era meglio non finire.
Adesso, l'apoteosi: quando telefono agli enti di formazione per chiedere chiarimenti su un piano formativo, non riesco neppure a immaginare gli accidenti che mi tirano dietro, considerato che poi gli stessi formatori devono tornare dall'azienda, spiegare cosa non andava, scusarsi per il ritardo nell'approvazione del Piano, eccetera. Presso alcuni consulenti devo aver raggiunto un livello di antipatia all'incirca tra Hitler ed Equitalia.
Eppure sono sempre io: il Kutavness tranquillo, diplomatico e remissivo che sono sempre stato. Ma la percezione di sé presso l'altro, una volta mediata dalla posizione lavorativa e dal ruolo ricoperto, cambia a volte anche diametralmente.
A volte mi chiedo: riuscirei a fare questo lavoro se fossi diretto, aggressivo e irascibile? Se, anziché "Mi dispiace, ma l'accordo sindacale è incompleto", mi venisse da urlare: "E' la terza volta che sbagliate questa cosa, coglioni! Ma ci avete la segatura, in testa?" (come, a volte, mi verrebbe voglia di fare)? Non lo so; pur tuttavia, questo ribaltamento di immagine che mi ha dato il lavoro, così insensato e paradossale, in fondo non mi dispiace. E' molto pirandelliano, e ben descrive quanto sia difficile costruirsi, giorno per giorno, interazione dopo interazione, quell'illusoria ancora di salvezza chiamata identità.
martedì 13 gennaio 2015
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