venerdì 9 settembre 2011

GTI - Grandi Tesi Indimostrabili (2): Perché bisogna ignorare le critiche

Le critiche fanno crescere. Sì, l'incazzatura.

Le critiche sono costruttive. Infatti non vedi l'ora di tirar su un bel muro fra te e chi ti critica.

Le critiche vanno accettate. Ma si fa meno fatica con una sega circolare.

Criticare non vuol dire interferire nella tua vita. Solo rendertela peggiore.

Le critiche aiutano a migliorare. La mira.

Si impara più dalle critiche che dagli apprezzamenti. E' vero: si impara ad evitare certa gente.

Se uno ti critica, non vuole mancarti di rispetto. Ma tu comportati come se lo facesse.

Ascolta sempre chi ti critica. Ma a debita distanza: di sicuro gli puzza l'alito.

Spesso chi critica vuole aiutarti. Ma, come diceva Wilde, con le migliori intenzioni si ottengono i risultati peggiori.

Se uno ti critica, non fare il permaloso. Mandalo direttamente affanculo.

In definitiva, bisogna fare di tutto per evitare, sminuire, delegittimare, ignorare bellamente le critiche. Per non parlare dei suggerimenti, che sono la versione ipocrita delle critiche. E penso proprio di poterlo dire oggi, dopo aver letto l'ennesima presa in giro sui tagli ai costi della politica.

mercoledì 24 agosto 2011

Rinforzo positivo

Forse ho trovato un modo per convincere finalmente mio figlio a imparare a nuotare. Gli dirò che, così facendo, in futuro aumenterà enormemente le sue chances di farsi trombare dalla Pellegrini.

martedì 23 agosto 2011

Informarsi prima

Anche quest'anno decidiamo di inserire, nel mesetto in Sicilia, una settimana al mare. Una nostra amica, che abita in provincia di Trapani, ci consiglia una località vicina a casa sua: la costa sabbiosa è adatta ai bambini, il mare è pulito ed è possibile visitare luoghi vicini di grande interesse storico e artistico.

Bene, mi metto all'opera. Cerco su Internet e finalmente trovo un appartamento con veranda ed aria condizionata, a soli 50 metri dal mare.

Arriva il giorno prescelto: ci mettiamo in macchina, tre ore abbondanti di strada, ed eccoci giunti all'appartamento.

I proprietari sono gentilissimi, l'appartamento corrisponde appieno alla descrizione, però fin da subito c'è qualcosa che non mi convince. Innanzitutto, le strade, tutte parallele tra loro, non hanno nomi, ma sono identificate da un numero. E già questo mi suona strano. Di solito non promette nulla di buono. Quando poi decidiamo di scendere in spiaggia, il mio presentimento trova conferma. La casa è effettivamente a 50 metri dal mare, ma dopo quella ce n'è un'altra, e poi un'altra ancora, finché la strada si interrompe sfumando nella sabbia del litorale, a non più di una ventina di metri dal mare.

Il primo giro sulla spiaggia, sviluppata per chilometri in lunghezza ma ormai ridotta a una striscia sottilissima, mi apre definitivamente gli occhi. Quelli della strada in cui avevamo la casa non erano neppure stati tra i più sfacciati. Duecento metri più in là c'è una casa in costruzione quasi sull'acqua, e la strada arriva a un punto che, se a un'auto si rompe il freno a mano, la ritrovano a mollo in due minuti netti. Il tutto in un'area che, fino agli anni Sessanta, aveva un arenile enorme, ricco di dune e di vegetazione spontanea.

Tornato a casa con la sgradevole sensazione di essere stato, sia pure inconsapevolmente, complice di uno scempio paesaggistico di proporzioni barbariche, ho finalmente fatto quello che avrei dovuto fare prima della partenza: cercare informazioni sulla località di villeggiatura su Google. Avrei trovato questo. E anche questo. E, di certo, avrei cambiato idea. Dannata pigrizia.

domenica 17 luglio 2011

Continuità

Molto si è discusso, in questi ultimi giorni, sul cambio di direzione al quotidiano "L'Unità". Concita lascia, arriva Sardo, ha fatto bene, ha fatto male, se n'è andata di testa sua, no, invece l'hanno cacciata, ci mancherà perché anche in TV non le mandava a dire, no, non ci mancherà perché era troppo in TV e poco in redazione, è un peccato perché ha dato al giornale una precisa linea editoriale, no, è giusto così perché il giornale non vende, subisce la concorrenza del "Fatto Quotidiano", dove sono confluiti vari transfughi de L'Unità pre-Concita... Insomma, tutto e il contrario di tutto.

A ben vedere, tuttavia, un tangibile segno di continuità tra la gestione dei rispettivi direttori si può trovare a mezz'altezza della home page del sito, sulla destra. E' la campagna contro le pubblicità sessiste. Dove, ormai da un mese, campeggiano due meravigliose bocce che stringono tra loro una bottiglietta di profumo. Eccolo, un preciso segno di continuità editoriale. Due tette in home page, come i siti dei principali concorrenti. Con l'aggravante che, qui, vorrebbero veicolare un messaggio esattamente contrario. Un epic fail da PD dei tempi d'oro. Davvero ben Fatto.

venerdì 15 luglio 2011

Anglicismi assassini (5)

Una docente universitaria, oggi, sosteneva che i potenziali concorrenti al loro gruppo d'impresa "non hanno l'esperienza, né il KNOW-OUT necessario". E non è la prima.

Mi consolo al pensiero che, secondo la nostra coordinatrice, il servizio che noi offriamo ha ricevuto premi "come BEXT PRACTìS". Specie per la sua valenza internazionale.

mercoledì 13 luglio 2011

Se ce l'ha fatta LUI

Una volta, quand'ero ancora poco più che maggiorenne, volevo fare il giornalista.

A diciott'anni scrivevo per i due giornali del mio paese, il bollettino comunale e quello parrocchiale. Una notizia per uno, ogni mese, ché tanto in paese non succedeva altro. Ma mi piaceva girare, telefonare, documentarmi, andare più a fondo anche in notizie apparentemente di poco conto.

A ventun anni ho iniziato a collaborare per un mensile, poi quindicinale, che per un po' ha avuto una certa diffusione a livello comprensoriale. Ho raccolto gli articoli, sono diventato pubblicista. Ero molto orgoglioso.

Poi è finita come per molti altri con la mia stessa passione: non entrava una lira che fosse una, anzi, a volte c'erano pure delle spese. A malincuore ho dovuto abbandonare tutto.

Oggi mi chiedo dove potrei essere se solo avessi perseverato.

Perché, se uno come Elmar Burchia scrive sul Corriere, allora noi tutti possiamo ambire al Pulitzer.

mercoledì 22 giugno 2011

Nell'altra stanza

Mi sta succedendo di nuovo.

Di solito è verso quest’ora della sera che avverto questa sensazione. Qualcosa che mi pervade, un calore inspiegabile, una volontà che fa a pugni con i miei casini quotidiani.

Faccio scendere la zip della tuta da ginnastica, giacca e cravatta le ho dimenticate già da un pezzo, prima ancora che imparassi a fare un nodo decente. Non sono in tuta perché ho corso, ormai pure quelle sgambate sul lungofiume sono un ricordo, e il mio fisico inizia un po’ a risentirne. La maglia aperta mi mostra impietosa un inizio di pancetta. Ma non me ne curo, a lei piaccio comunque.

Il calore si sta facendo insopportabile. Mi tolgo i pantaloni, mi sfilo la maglietta e i calzini.

Nell’altra stanza, lei mi sta già aspettando.

Mi avvicino silenziosamente. Lei è sul letto e sorride. Al contrario di me, come fossimo due vasi comunicanti, negli ultimi tempi è dimagrita, più o meno quanto io sono ingrassato, ma il suo fisico rimane irresistibile. Forse non mi ero mai accorto di quanto mi piacesse un aspetto più androgino. Ho voglia di lei come di aria di montagna.

Fino a non molto tempo fa era diverso. Litigavamo per delle stupidaggini, lei spesso si negava all’abbraccio, diceva che non mi prendevo abbastanza cura di lei, mi rinfacciava di non sentirsi difesa né protetta. A volte aveva pure ragione, non sono mai stato un cuor di leone. Ora, invece, sembra affidarsi completamente a me, è sempre pronta ad accogliermi, ad ascoltare le mie paturnie, i miei momenti di sconforto, con la stessa pazienza con cui si sorbisce il resoconto della mia giornata da disoccupato forzato. Mi aspetta nella stanza con quell’impercettibile sorriso, per darmi l’unico premio che penso di meritarmi.

Entro come se mi sentissi in fiamme. E dire che, all’inizio, avevo paura, una fottuta paura di questo calore. Per me era una novità, dopo parecchio tempo. O meglio, una sensazione che forse una volta avevo provato, di tanto in tanto, ma ora ritornava con una violenza inimmaginabile. Era cambiata lei, e stavo cambiando io. Ma come stavo cambiando? Mi stavo forse trasformando in un porco, in uno che se ne approfitta?

Ma, del resto, mi ero poi domandato, cosa c’è di male? Perché farsi così tante remore sull’istinto più naturale che si possa provare nei confronti della propria amante? Perché rinunciare a tornare a volersi bene, dopo tutto quello che era capitato?

Ora le sono di fianco, mi sfilo i boxer improvvisando un ridicolo spogliarello. Lei sorride, i suoi grandi occhi scuri mi fissano. Casomai il problema poteva ripresentarsi sotto altri aspetti. Ma non sarebbe stato certo quello a fermarmi, quando si ha così tanta voglia di ricominciare, di ristabilire un contatto, di ridare un senso alle proprie giornate.

E così, ogni sera, quando questo calore mi fa visita, mi avvicino a lei, rimuovo il lenzuolo, e lentamente mi stendo sul suo corpo sottile, facendo la massima attenzione a non urtare tubi o apparecchiature. Perché lei, da quella notte in cui mi urlò dall’auto che sarebbe sparita per molto tempo, è in stato vegetativo permanente. E io, tornato a casa con lei, non potendo donarle la morte, ogni giorno le dono il momento in cui la vita è totalmente vita.