Ieri, mentre mi facevo la barba, ho ripensato a una canzone della mia gioventù, un brano ingiustamente sottovalutato, che però presenta almeno due pregi. Il primo è dimostrare quanto, negli ultimi vent'anni, la nostra classe politica sia rimasta agli stessi livelli di prevedibilità e propensione a determinati comportamenti. Il secondo, non meno importante, è aprirci gli occhi sul fatto che, a rendersi conto di tutto questo, ci riuscivano persino gli autori di capisaldi della canzone italiana come "Non me la menare", "Te la tiri", "6/1/sfigato" (pioniera dello stile bimbominkia) e, non ultima, "Lasciati toccare".
Il brano in questione si chiama "Il pappagallo", e apriva il secondo album degli 883, "Nord Sud Ovest Est" (1993, anno 1 a.S.), con la sfiga di capitare subito prima la ben più nota "Sei un mito". Listen and repeat:
Il pappagallo parla anche di ciò che non sa
ti guarda dallo schermo e una lezione ti dà
il pappagallo sa che cosa è giusto per te
lui sa di non sbagliare è troppo pieno di sé
Sempre in pista, con la tua giacca blu
moralista, ragioni solo tu
arrivista, per un po' d'auditel
spari a vista e si alza l'indice
estremista, ma con umanità
opportunista, sempre un po' qua un po' là
casinista: le risse pagano
ti metti in lista, politico da show
RIT: Pappagallo, noi non crediamo più
al tuo stupido parlarti addosso
pappagallo, sei uguale anche tu
siete tutti nello stesso cesso (x2)
Arrogante, non per sincerità
solamente per popolarità
replicante di chi sta sopra te
sorridente ai party negli hotel
strabordante: parole in quantità
non c'è niente che mai ti fermerà
solamente spegnendo la tivù
non ti si sente e non ci stressi più.
RIT: Pappagallo, noi non crediamo più (ecc.)