domenica 17 luglio 2011

Continuità

Molto si è discusso, in questi ultimi giorni, sul cambio di direzione al quotidiano "L'Unità". Concita lascia, arriva Sardo, ha fatto bene, ha fatto male, se n'è andata di testa sua, no, invece l'hanno cacciata, ci mancherà perché anche in TV non le mandava a dire, no, non ci mancherà perché era troppo in TV e poco in redazione, è un peccato perché ha dato al giornale una precisa linea editoriale, no, è giusto così perché il giornale non vende, subisce la concorrenza del "Fatto Quotidiano", dove sono confluiti vari transfughi de L'Unità pre-Concita... Insomma, tutto e il contrario di tutto.

A ben vedere, tuttavia, un tangibile segno di continuità tra la gestione dei rispettivi direttori si può trovare a mezz'altezza della home page del sito, sulla destra. E' la campagna contro le pubblicità sessiste. Dove, ormai da un mese, campeggiano due meravigliose bocce che stringono tra loro una bottiglietta di profumo. Eccolo, un preciso segno di continuità editoriale. Due tette in home page, come i siti dei principali concorrenti. Con l'aggravante che, qui, vorrebbero veicolare un messaggio esattamente contrario. Un epic fail da PD dei tempi d'oro. Davvero ben Fatto.

venerdì 15 luglio 2011

Anglicismi assassini (5)

Una docente universitaria, oggi, sosteneva che i potenziali concorrenti al loro gruppo d'impresa "non hanno l'esperienza, né il KNOW-OUT necessario". E non è la prima.

Mi consolo al pensiero che, secondo la nostra coordinatrice, il servizio che noi offriamo ha ricevuto premi "come BEXT PRACTìS". Specie per la sua valenza internazionale.

mercoledì 13 luglio 2011

Se ce l'ha fatta LUI

Una volta, quand'ero ancora poco più che maggiorenne, volevo fare il giornalista.

A diciott'anni scrivevo per i due giornali del mio paese, il bollettino comunale e quello parrocchiale. Una notizia per uno, ogni mese, ché tanto in paese non succedeva altro. Ma mi piaceva girare, telefonare, documentarmi, andare più a fondo anche in notizie apparentemente di poco conto.

A ventun anni ho iniziato a collaborare per un mensile, poi quindicinale, che per un po' ha avuto una certa diffusione a livello comprensoriale. Ho raccolto gli articoli, sono diventato pubblicista. Ero molto orgoglioso.

Poi è finita come per molti altri con la mia stessa passione: non entrava una lira che fosse una, anzi, a volte c'erano pure delle spese. A malincuore ho dovuto abbandonare tutto.

Oggi mi chiedo dove potrei essere se solo avessi perseverato.

Perché, se uno come Elmar Burchia scrive sul Corriere, allora noi tutti possiamo ambire al Pulitzer.

mercoledì 22 giugno 2011

Nell'altra stanza

Mi sta succedendo di nuovo.

Di solito è verso quest’ora della sera che avverto questa sensazione. Qualcosa che mi pervade, un calore inspiegabile, una volontà che fa a pugni con i miei casini quotidiani.

Faccio scendere la zip della tuta da ginnastica, giacca e cravatta le ho dimenticate già da un pezzo, prima ancora che imparassi a fare un nodo decente. Non sono in tuta perché ho corso, ormai pure quelle sgambate sul lungofiume sono un ricordo, e il mio fisico inizia un po’ a risentirne. La maglia aperta mi mostra impietosa un inizio di pancetta. Ma non me ne curo, a lei piaccio comunque.

Il calore si sta facendo insopportabile. Mi tolgo i pantaloni, mi sfilo la maglietta e i calzini.

Nell’altra stanza, lei mi sta già aspettando.

Mi avvicino silenziosamente. Lei è sul letto e sorride. Al contrario di me, come fossimo due vasi comunicanti, negli ultimi tempi è dimagrita, più o meno quanto io sono ingrassato, ma il suo fisico rimane irresistibile. Forse non mi ero mai accorto di quanto mi piacesse un aspetto più androgino. Ho voglia di lei come di aria di montagna.

Fino a non molto tempo fa era diverso. Litigavamo per delle stupidaggini, lei spesso si negava all’abbraccio, diceva che non mi prendevo abbastanza cura di lei, mi rinfacciava di non sentirsi difesa né protetta. A volte aveva pure ragione, non sono mai stato un cuor di leone. Ora, invece, sembra affidarsi completamente a me, è sempre pronta ad accogliermi, ad ascoltare le mie paturnie, i miei momenti di sconforto, con la stessa pazienza con cui si sorbisce il resoconto della mia giornata da disoccupato forzato. Mi aspetta nella stanza con quell’impercettibile sorriso, per darmi l’unico premio che penso di meritarmi.

Entro come se mi sentissi in fiamme. E dire che, all’inizio, avevo paura, una fottuta paura di questo calore. Per me era una novità, dopo parecchio tempo. O meglio, una sensazione che forse una volta avevo provato, di tanto in tanto, ma ora ritornava con una violenza inimmaginabile. Era cambiata lei, e stavo cambiando io. Ma come stavo cambiando? Mi stavo forse trasformando in un porco, in uno che se ne approfitta?

Ma, del resto, mi ero poi domandato, cosa c’è di male? Perché farsi così tante remore sull’istinto più naturale che si possa provare nei confronti della propria amante? Perché rinunciare a tornare a volersi bene, dopo tutto quello che era capitato?

Ora le sono di fianco, mi sfilo i boxer improvvisando un ridicolo spogliarello. Lei sorride, i suoi grandi occhi scuri mi fissano. Casomai il problema poteva ripresentarsi sotto altri aspetti. Ma non sarebbe stato certo quello a fermarmi, quando si ha così tanta voglia di ricominciare, di ristabilire un contatto, di ridare un senso alle proprie giornate.

E così, ogni sera, quando questo calore mi fa visita, mi avvicino a lei, rimuovo il lenzuolo, e lentamente mi stendo sul suo corpo sottile, facendo la massima attenzione a non urtare tubi o apparecchiature. Perché lei, da quella notte in cui mi urlò dall’auto che sarebbe sparita per molto tempo, è in stato vegetativo permanente. E io, tornato a casa con lei, non potendo donarle la morte, ogni giorno le dono il momento in cui la vita è totalmente vita.

martedì 31 maggio 2011

Bondacci sua

Abbiamo in esclusiva il testo dell'ultima poesia di Sandro Bondi da coordinatore nazionale del PdL:

Desolante scenario

Devastate macerie

Stiletti guizzanti

Fondoschiena parato.

venerdì 15 aprile 2011

Una strana atmosfera

Oggi, in ufficio, c'è una strana atmosfera.

La mia collega non dice una parola.

Io riguardo gli appunti che avevo preso su vecchi progetti ormai conclusi.

La mia collega raduna posate di plastica e tovaglioli di carta, indispensabili strumenti per mille pranzi consumati sulla scrivania.

Io apro uno scaffale e mi approprio di una decina di matite.

La mia collega afferra lo sgrassatore e ripulisce ogni centimetro quadrato di scrivania, sedia, cassettiera e scaffali.

Io rispondo a un paio di telefonate: si prega di richiamare.

La mia collega riordina gli archivi.

Io faccio carta straccia di svariati bandi scaduti e materiale promozionale obsoleto.

La mia collega controlla la mail: nessun messaggio.

Io aspetto una borsista che deve passare per una firma, non prima delle 15.30.

Noi, da domani, siamo a casa.

giovedì 31 marzo 2011

Promemoria da Lampedusa

Allora, Silvio, prima cosa: non si chiama Costa Francese, ma Cala Francese.

Secondo: se davvero vuoi farci un casinò, non sperare che ci arrivi gente col traghetto Siremar da Porto Empedocle, perché quella sì che è una vera "carretta del mare".

Terzo: a Lampedusa più che altro servirebbe un reparto maternità, visto che le donne dell'isola vanno a Palermo a partorire a proprie spese.

Quarto: un campo da golf ha bisogno di migliaia di litri d'acqua al giorno. Farlo in una zona in cui i rubinetti vanno a fasi alterne, con l'acqua di un dissalatore, è pura demenza.

Quinto: ma ti faceva proprio schifo la base USA dismessa a Comiso per trasferire i migranti?

Sesto: quegli energumeni che ieri, con fare definibile unicamente come mafioso, minacciavano di picchiare alcuni contestatori che volevano esporre uno striscione, non credo siano raccomandabili come guardie del corpo.

Settimo: non rubare. Ah, no, scusa Silvio, questo non c'entra niente. Reset.

Ottavo: comprar casa a Lampedusa in questo momento è un affarone, già che c'eri potevi acquistare direttamente mezzo paese e mandarci in vacanza le tue olgettine, così erano meno in vista e al telefono non si lamentavano di te.

Nono: quel "forse costruiremo una scuola", detto dopo il casinò e il campo da golf, dimostra sia l'idea che hai dell'istruzione, sia l'immagine di villaggio vacanze in cui vorresti trasformare l'isola (allora dopo sì che gli immigrati cambierebbero rotta: si sentirebbero troppo pezzenti!).

Decimo: l'esenzione fiscale promessa ai lampedusani vale anche per la tua neo-villa?

Undicesimo: hai detto all'incirca "sono venuto solo adesso perché sono abituato a portare soluzioni". Cavolo, rispetto a Napoli i tuoi tempi di reazione si sono un po' allungati. Urge esercizio.

Dodicesimo: le Regioni non vogliono i rifugiati, i lampedusani non ne vogliono più, i Paesi di provenienza col cazzo che se li riprendono indietro. Intanto ne giungono altri. Dove li mandi in 48-60 ore, Silvio? Nel vulcano finto di Villa Certosa?

Tredicesimo: a Porto Empedocle, dove partono le navi per Lampedusa, c'è uno splendido biglietto da visita per il viaggio: dal porto si vede una strada mai ultimata, un viadotto che si interrompe a venti metri da una galleria, ormai invaso da ruggine ed erbacce. Che dici: lo facciamo patrimonio UNESCO?

Quattordicesimo: se proprio vuoi fare tutte queste cose sull'Isola, Silvio, datti una mossa. Che sia un processo breve.