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martedì 29 giugno 2010

Daria e la cometa

Bologna, seconda metà degli anni Novanta. Serata noiosa. Decido di richiamare la mia ex, con la quale ero rimasto in buoni rapporti.

Compongo il numero, facile che sia a casa. Non usciva molto di frequente.

Qualche squillo, poi il clic. Ma la voce che risponde non è la sua.

Un "Pronto?" garbato ma risoluto.

E' LEI. E per la prima volta, dopo due anni e rotti, sento la sua voce al telefono.

Mi impappino per l'emozione: "Ehm... Pronto, buonasera, sono Paolo. Ce... Cercavo Barbara".

"Barbara non è in casa - risponde lei pacatamente - E' uscita con le sue amiche".

Non voglio mettere giù subito. Voglio risentire ancora un attimo quella voce, che sembra così diversa da quella che gli altoparlanti diffondevano pochi mesi prima, in Piazza Maggiore.

"Ah... Forse è andata a vedere la cometa?" (Hale-Bopp passava di qua proprio in quei giorni).

"Penso proprio di sì - conclude lei - Sono andate sui colli a vedere la cometa".

Riattacco ancora in preda ad un'emozione quasi infantile.

Lei non era una star dello spettacolo, o una diva del cinema o della TV.

Lei, compagna del padre di Barbara, era stata professoressa di economia e diritto alle superiori. Un dannato giorno, suo fratello Alberto si era imbarcato per Palermo. L'aereo esplose. E da allora, da quell'infame 27 giugno di quell'anno che Bologna vorrebbe non fosse mai giunto, lei si batte perché venga restituita la verità su cosa avvenne quella sera, su chi ha ucciso e chi ha coperto, su chi ha taciuto e chi ha mentito, e perché. E, a trent'anni di distanza, ancora cerca una risposta, per suo fratello, per altre ottanta vittme innocenti, e per chi non si rassegna all'oblio.

Lei è Daria Bonfietti, Presidente dell'Associazione Familiari Vittime di Ustica. Da questo blog voglio ringraziarla di cuore. A nome di chiunque, dopo decenni, non si accontenta di spiegazioni di comodo, non fa appello al segreto di Stato, e continua scientemente a rompere le scatole a chi non dà risposte.

mercoledì 13 gennaio 2010

Il paese prosciugato

Un paese della Sicilia interna, quella meno conosciuta ai turisti, ma ugualmente sorprendente nei suoi paesaggi. Dintorni di colline levigate come seni di donna, verdi come d'Irlanda in primavera e di tutte le tonalità del giallo e del bruno in estate. Il paese è inerpicato in cima a un monte, non vi si passa per caso, vi arriva un'unica strada che fa il giro del centro storico e torna su se stessa. Le guide turistiche ne parlano in poche righe, vi sono tre ristoranti e nessun albergo, ma girando per i vicoli medievali, i cortili e le scale, si scoprono piccoli tesori d'arte. I resti di un castello svevo, una chiesa madre del dodicesimo secolo, un palazzo signorile di fine Quattrocento, una chiesa del Seicento rarissima testimonianza di barocco dipinto.

In questo paese abitava un gruppo di giovani amici, ragazzi brillanti, pieni di idee ed entusiasmo, molto attivi nel proporre esperienze culturali e ricreative. Si incontravano tutti i giorni nella piazza principale, una terrazza con belvedere sui Monti Erei, e condividevano progetti, aspirazioni e speranze. Il paese doveva essere il loro laboratorio.

Sono passati alcuni anni. Una ragazza del gruppo ha iniziato l'università a Catania, ma non si trova bene, detesta quei baroni che la ricevono in studio con malcelato fastidio. Sta imparando a fare la parrucchiera per mantenersi gli studi, ma nei negozi del paese l'apprendistato è rigorosamente gratuito. Anzi, lei deve solo ringraziare chi le insegna il mestiere. Si presenta l'occasione di trasferirsi a Bologna, per lavorare e continuare gli studi. A malincuore, la ragazza lascia i famigliari e l'adorato gruppo di amici, e parte.

Un altro ragazzo, animatore della parrocchia e fondatore del gruppo scout del paese, insegna all'Istituto Alberghiero. Prende il lavoro come una missione. Lo mandano a Palermo, quartiere Brancaccio, e grazie a lui alcuni ragazzi di strada diventano baristi. Poi le cose cambiano, l'insegnamento è più discontinuo, le gratificazioni sempre minori. Con la sua ragazza, fa domanda e si trasferisce a Como.

Due loro amiche, due gemelle che adorano lavorare coi bambini, continuano a crederci, e in paese aprono una ludoteca. Ma i bambini sono sempre di meno, i loro genitori non abitano più lì, e l'esperienza dura pochi mesi. Ottengono l'abilitazione per il sostegno, e pure loro finiscono a Como.

Un ragazzo della parrocchia, di grande intelligenza e sensibilità, non riesce più a reprimere la propria omosessualità. In paese già lo prendevano in giro prima, figurarsi adesso. Trova lavoro. In provincia di Milano.

Una ragazza bellissima, altra colonna portante della parrocchia, si laurea in Scienze Infermieristiche e, dopo un breve cercare, anche lei fa le valigie e arriva in Lombardia.

Un'assistente agli anziani e il marito, operaio, prendono casa vicino a Cesena. Di lì a poco li raggiunge un'altra del gruppo, ora maestra elementare. Un'altra maestra è poco più in là, a Ravenna.

Infine, una ragazza molto volonterosa ma timidissima e insicura, che fino all'ultimo ha cercato di restare nella quiete del paese, aggrappandosi ad ogni sogno, seguendo diecimila corsi rivelatisi uno più inutile dell'altro, è costretta pure lei - persino lei! - ad ammettere che in quella piccola perla sulla collina non può sopravvivere. Concorso per operatore sociosanitario, tempo indeterminato. A Bologna. E' arrivata da pochi mesi, e si trova bene.

Ho conosciuto personalmente, uno per uno, questi ragazzi, e di loro posso solo dir bene. Li ho visti tutte le estati, sempre sulla piazza del belvedere, salutarsi come se si fossero visti il giorno prima e non fossero ormai sparpagliati in tutta l'Italia settentrionale. E ho ripensato a ciascuno di loro di fronte all'ennesimo articolo di Repubblica sulla fuga dei giovani del Sud verso il Nord, un'emigrazione interna quasi a livello da anni Cinquanta, con l'aggravante che a partire ora sono i trentenni, i più qualificati, istruiti e dinamici. Articoli così non mi stupiscono più, ma non per questo diminuisce la mia rabbia, a ripensare a come sarebbe quel paesino se solo avesse potuto e voluto trattenere le sue menti migliori. Un paese ricco di fascino, ma immobile, improduttivo, svuotato, come le sue miniere. Prosciugato prima di zolfo, poi di futuro.

giovedì 31 dicembre 2009

Ill communication

L'altro ieri, martedì, è nata mia figlia Martina.

Come da prassi, smaltito il fuso orario della nascita (le 4.55 di notte), informo della bella notizia tutti quelli che conosco, utilizzando quei pochi mezzi comunicativi che riesco a usare.

Ecco i risultati a due giorni dall'evento:

Visite in ospedale: 3.

Telefonate: 5.

SMS: 20.

Messaggi su Facebook: 66. Di cui di contatti che non ho mai incontrato di persona nemmeno una volta: 37.

Non so a voi, ma a me questo sembra un ottimo riassunto degli Anni Zero.

venerdì 18 settembre 2009

Frontiere della medicina

Un mio amico era in farmacia quando ha sentito un cliente chiedere delle "aspirine potenziate". Come potranno essere? Forse sono da assumere con la coca-cola.

giovedì 26 febbraio 2009

Pacchi, bidoni & sòle

La mail arriva nel primo pomeriggio. Appuntamento alle sette in punto per un aperitivo in un bar del centro. Solo io e tre dei miei amici più fidati. Li conosco da più di dieci anni, da quando ero matricola all'Università. Al mio matrimonio uno era il mio testimone, uno il fotografo ufficiale, l'altro si è aggregato volentieri. Con due di loro ho condiviso una memorabile camperata in Spagna e Portogallo, alcune estati fa. Niente di meglio, per farsi quattro chiacchiere. Arrivo alle sette in punto di fronte al bar. Non c'è ancora nessuno. Tipico, non sono mai puntuali. Aspetterò. Giro per le vetrine, penso un po' ai fatti miei. Si fanno le 7.15. Ancora nessuno. Invio un messaggio a quello che ha organizzato l'incontro. Giro ancora. Osservo le luci spegnersi e le saracinesche abbassarsi, una dopo l'altra. Sono già le 7.35. Nessun sms di risposta. Chiamo un altro amico. Mi comunica che è andato tutto a monte perché uno è bloccato nel traffico e un altro non se la sentiva più. Lui lo aveva saputo, ma nessuno poi mi ha avvistato del disguido. Riprendo l'autobus per rientrare. Mi chiama l'amico organizzatore, si profonde in scuse. Sì, un po' mi secca, ho preso freddo e potevano avvisarmi prima. Ma, in fondo, io sono un tipo buono, che non serba rancore. La prossima volta, dico, organizziamo meglio. Sono cose che capitano. Un deficit di comunicazione, tutto qui. Passano un paio di giorni. E io li richiamo, i miei amici fidati, mi informo se sono liberi in serata: tutti e tre confermano entusiasti. Ripropongo l'aperitivo, e ognuno di loro ne avrebbe proprio voglia. A quel punto, raccomandandomi la puntualità, li saluto e a ciascuno di loro confermo l'appuntamento. In tre posti diversi.