L'esordio della Nazionale, ieri sera, mi ha fatto tornare indietro nel tempo a quattro anni fa, al debutto degli azzurri contro il Ghana. Accipicchia, prima riflessione, sembra che questi quattro anni siano passati in un lampo, tanto vivido e preciso è il ricordo di quella serata. Man mano che si cresce, le distanze temporali sembrano appiattirsi fino a ridursi a qualcosa d'irrilevante, di accidentale. Quello che conta è l'evento, il rito che si ripete uguale a se stesso.
Eppure, mi dico un attimo dopo, a mente più fredda, lo scorrere del tempo non è un episodio, non è uno standby tra un Mondiale e l'altro, e se lo diventa, è perché probabilmente è venuto a mancare qualcosa dentro di me.
Eh no, rifletto quasi con rabbia mentre le due squadre fanno il loro ingresso in campo, in questi quattro anni - a ben vedere - è cambiato praticamente tutto.
Quattro anni fa guardavo la partita a casa di un caro amico, col videoproiettore che sparava il gol di Pirlo un metro per due sulla parete bianca. Oggi vedo questi amici col contagocce, nei sempre più rari aperitivi.
Quattro anni fa vivevo ancora nei miei cinquanta metri quadri vicino al Sant'Orsola, e non mi passava neanche per l'anticamera del cervello di cambiare casa. Oggi la TV è su una colonna frigo-forno che ha i giorni contati, appena la casa nuova avrà la sua cucina nuova.
Quattro anni avevo appena iniziato un contratto a progetto presso un centro studi, facevo le mie ricerche all'Università ed ero carico come una molla. Ora, scaduto il contratto a progetto, mollata l'Università su diretto consiglio del Prof. ("Si guardi intorno, non riesco a sistemarvi tutti"), e dopo aver visto coi miei occhi come funzionino i concorsi da ricercatore, mi arrabatto tra una collaborazione a progetto e un'altra, entrambe a Modena, abbastanza interessanti e retribuite decentemente, ma con un rimpianto che proprio non mi va via.
Quattro anni fa stavamo in quattro su un divano sfondato, con abbondanti birre fredde da entrambi i lati, a sgolarci per Iaquinta e Cannavaro. Oggi, mentre Bagni il portasfiga esclama "E' un buon momento!" tre minuti netti prima del gol del Paraguay, salgo su una scala e riparo il perno di una wasistas, in sottofondo il brusio delle wuwuzelas.
Quattro anni fa avevo due bambini in meno, per quanto uno fosse già in arrivo. Oggi abbraccio forte Marco che ha deciso di dormire nel suo letto, abbandonando il lettino con le sbarre, mentre Martina, occhioni azzurri e ciuccio in bocca, si chiede cosa sarà quella strana scatola luminosa con delle cose che si muovono sopra.
Quattro anni fa era appena tornato Prodi, ve lo ricordate? E l'Unione dai mille partiti, e il loro programma-monster? Oggi... Beh, soprassediamo, altrimenti mi ci vuole un trapianto di fegato.
Quattro anni fa io e mia moglie eravamo appena passati indenni dalla prima vera crisi post-matrimoniale, e l'arrivo di Marco ci faceva vedere tutto molto più semplice, le montagne si spianavano di fronte ad una sana ed incosciente dose di ottimismo. Oggi mi accorgo che Tonino Guerra, per una volta, ha detto una cretinata. Devo cambiare alcuni aspetti del mio carattere ma per far questo devo ridefinire quello che sono stato per trentacinque anni, forzare alcuni miei comportamenti, sostituire l'autorevolezza ad una calma ormai trasformatasi in indifferenza. Facile come un gol in rovesciata da ottanta metri. Bendato.
Quattro anni fa l'Italia vinse il Mondiale senza aver mai subito un gol su azione. Ieri ne ha già preso uno.
Quattro anni fa, soprattutto, non andavo a raccontare i cazzi miei in un blog. Oggi lo faccio. Perché, comunque, mi aiuta tanto. Perché sono sempre andato meglio allo scritto che all'orale. Perché altrimenti mi si rompe qualcosa dentro, ché l'autostima del portiere Green, in confronto alla mia, è granitica. E, soprattutto, perché non mi sarei mai immaginato di fare un bilancio della mia vita di fronte a ventidue idioti strapagati. Ventidue idioti che però, quattro anni fa, mi entusiasmavano fino alle urla.
La partita è finita. Marco dorme. I prossimi impegni saranno difficili, ma possiamo farcela.