mercoledì 21 aprile 2010

Strade e vite

Sto rientrando a casa. Cerco di mantenere un faticoso equilibrio tra le due borse cariche di spesa. L'andatura è, inevitabilmente, un po' da pinguino. Mi fermo circa a metà del ponte di Via Libia, in prossimità delle scale che scendono fino a Via Sabatucci.

[Francesco Sabatucci, Franco per i compagni. Dalla sua Bologna è finito in Veneto, Brigata Mazzini, pochi uomini e un coraggio che sfiora l'incoscienza. C'è il Ponte della Priula da far saltare. Con Franco sono in sette. Ma ci riescono. Catturano le sentinelle e fanno brillare le mine. Il nemico dovrà trovarsi un'altra strada. Ed eccolo ancora, poco più in là, sul Cansiglio, a tener botta ai rastrellamenti, cinque giorni, cinque dannati soli. Loro sono di più, molti di più. Non ci pensare, non vuol dir nulla. E ce la fa di nuovo. La Brigata Mazzini è salva, esce dalla sacca, si prepara a nuovi combattimenti. Ci vuole un tradimento per fermarlo, a 23 anni, fine '44: ucciso durante un tentativo di evasione, nonostante tutto ancora non voleva arrendersi.]

Non ho voglia di fare tutte quelle scale a piedi, con le sporte in mano. Scendo dal ponte, le auto mi sfrecciano vicine. Sotto di me l'ingresso alle Officine di Piazza Grande, proprio dirimpetto alla fine di Via Gastone Rossi.

[E' un ragazzino, Gastone. Ha appena sedici anni. A quell'età si dovrebbe pensare ad altro che ad uccidere e non farsi uccidere. In un'azione di fuoco "Leone", come lo chiamano, rimane ferito. Capisce subito cosa sta succedendo: una mitragliatrice carica è puntata sui suoi compagni. Con l'agilità e la follia della sua gioventù, si lancia addosso al mitra, armato solo di bombe a mano.]

Il ponte sembrava non finire mai. Mi fermo a rifiatare di nuovo vicino al semaforo, di fianco al videonoleggio, all'incrocio con Via Masia.

[Massenzio Masia, nome di battaglia Max. 42 anni, comasco, azionista, giornalista e scrittore, persona colta, di grandi doti organizzative. E' uno dei capi della lotta di liberazione in Emilia-Romagna. Parri gli sconsiglia di tornare a Bologna: troppo rischioso. Lui torna comunque. Due spie fasciste lo fanno arrestare. Lo torturano, ma lui non parla. Tenta due volte il suicidio, prima avvelenandosi, poi buttandosi dal secondo piano della caserma. Lo conducono davanti al plotone con le gambe spezzate. Un male da impazzire. Ma, ancora, Max trova la forza di rifiutare la grazia; anzi, cerca di assumersi anche la responsabilità degli altri sette vicini a lui. Li fucilano tutti.]

Mi lascio sulla sinistra il teatro Dehon e la chiesa della Madonna del Suffragio, che gli stessi Padri Dehoniani definiscono scherzosamente "Nostra Signora del cemento armato". Sulla destra un bar, un negozio di pasta fresca e un condominio pieno di extracomunitari, oggetto di recenti proteste leghiste. Altro semaforo, all'angolo un anziano barbiere, di negozietti come il suo ormai ne sono rimasti pochi. Supero Via Sante Vincenzi.

[E' dura la libertà, Sante. Vari arresti, sei anni di confino. Quante volte te l'avranno chiesto, nella tua officina di meccanico: "Ma chi te lo fa fare?". Ma tu invece insisti, "Mario": ti han dato da coordinare le brigate della Divisione Garibaldi a Bologna, e tu lo fai, come fossero tante parti di un unico motore che non deve spegnersi. Ti catturano, ti torturano, ma invano. Hai sopportato ben altro, pur di non scendere a compromessi. Il traguardo è a un passo, ma a te basta sapere che quel passo lo faranno molti altri. I tuoi ragazzi. Tu hai cinquant'anni, al futuro penseranno loro. Ti uccidono la notte prima della Liberazione.]

Ancora poche centinaia di metri e sono a casa. Passo vicino alle vecchie scuole "Giordani", emblema del quartiere, con un centro giochi nel seminterrato, dove talvolta porto mio figlio il giovedì pomeriggio. Come sempre, il piccolo parco giochi di Via Musolesi appare vuoto.

[E' diverso dagli altri, Mario. E' atipico, è un po' strano. Per cominciare, crede in Dio. Poi ha la fama di voler far tutto da sè. Costituisce una brigata partigiana autonoma, "Lupo", con alcuni inglesi fuggiti da un campo di concentramento. Nel giro di pochi mesi, trasforma quel manipolo di pazzi in un'organizzazione efficientissima, la Brigata Stella Rossa, che attira molti partigiani. Tentano di ammazzarlo un paio di volte, suo fratello viene catturato. "Lupo" non molla la preda. Attacchi, sabotaggi, eliminazione di spie e collaborazionisti. A Marzabotto, la Brigata Stella Rossa è schiacciata dalla controffensiva nazifascista. Mario scompare: lo ritorvano solo un anno dopo, rannicchiato in una buca, come se stesse pregando.]

Un colorato negozio di frutta e verdura mi informa che sono già in via Palmieri, e devo svoltare.

[Studiava Medicina Gianni Palmieri, quando esplose l'inferno. Sesto anno, ancora pochissimi esami e poi, finalmente, la laurea, al Sant'Orsola inaugurato appena pochi anni prima, dagli stessi che hanno poi provocato quell'infamia. Cosa sai fare, ragazzo? Curo i malati. Bene, dirigerai il servizio sanitario della Brigata "Bianconcini". Terapia d'urto, altro che lezioni e tirocini: un orrore quotidiano, al quale non si sottrae mai. Nemmeno quando arrivano i nazisti. Tre giorni di attacchi, nei quali Gianni lavora anche di notte, senza tregua. La Brigata rompe l'accerchiamento, ma lui non li segue: vuole assistere i feriti. Lo catturano. Ma non lo uccidono subito, quei cani bastardi: prima deve curare i loro, dato che è così bravo. Poi, quando non serve più, il solito colpo alla nuca e via. Aveva 23 anni.]

Percorro via Palmieri, alti palazzoni da un lato e vezzose casette a due piani con giardinetto dall'altro. Sulla sinistra inizia a vedersi il ponte di Via Bentivogli.

[Ha già sessant'anni, Giuseppe, e alle spalle una vita da braccato. Socialista, antifascista, animatore del movimento cooperativo. E allora carcere, confino, fughe all'estero. La guerra l'aveva già vista, trent'anni prima, ma evidentemente non era bastata. Ora però l'anzianità può diventare un prezioso alleato, se riesci a trasformarla in esperienza: Giuseppe organizza la resistenza in Emilia di par suo, come quando dirigeva il movimento contadino. Anche lui cade nelle grinfie del nemico a un'alba dalla meta: lo fucilano la notte tra il 20 e il 21, con l'amico Sante Vincenzi.]

Mi chino per scambiare le sporte. I piedi mi dolgono. Mi rialzo e proseguo per Via Paolo Fabbri.

[E' romagnolo, Paolo, primo di dieci figli. Socialista da sempre, combattente fin dalla più tenera età, consigliere provinciale a Bologna. Lo mandano in confino, a Lipari, e lui aiuta ad evadere Lussu, Rosselli e Nitti, a costo di beccarsi altri tre anni di isolamento. Entra nelle Brigate Matteotti, e per la sua abilità politica viene mandato al Sud per contattare il comando alleato e organizzare la strategia di liberazione nazionale. Ma, mentre ritorna, è catturato dai nazisti sull'Appennino e fucilato, il giorno di San Valentino.]

Arrivo finalmente a casa e mentre appoggio le sporte, stravolto dalla stanchezza, lo sguardo mi cade sul calendario. E' il 21 aprile, 65esimo anniversario della Liberazione di Bologna. E i nomi delle strade che ho percorso mille volte, e che un po' si somigliano tutte, in questo quartiere chiamato Cirenaica, all'improvviso tornano a parlare, a raccontare le loro vite e i loro ideali, a svelare la Storia e le storie nascoste dietro indicazioni stradali alle quali ormai nessuno fa più caso: storie che camminano lungo le mille strade diverse verso un'Italia libera.

venerdì 9 aprile 2010

I giovani d'oggi

Ho ritrovato sul PC alcune foto della scorsa estate in Sicilia. Le ho scattate un giorno in cui la figlia di una cugina di mia moglie, una bambina di sei anni, ha prestato a mio figlio, di tre, una bambola simil-Barbie, ma alta il doppio, per farlo giocare. Ebbene, dopo neanche un'ora sono andato a trovarlo e la scena che mi si presentava era questa: Giuro che non ho toccato né spostato NIENTE. E' solo curiosità infantile, o sto crescendo un mostro?

martedì 30 marzo 2010

Far finta di esser Bersani

Ha detto: "E' un buon risultato".

Ha detto: "Il voto a Grillo è un cupio dissolvi".

Ha detto: "Il voto della Lega è un voto contro Berlusconi".

Ha detto: "Il PD è pronto a costruire l'alternativa di governo".

Ha detto: "Guardiamo al modello della Liguria".

Poi ha detto: "Stanotte ho dormito da Dio".

Bene, Pierluigi, ci fa piacere...

ORA PERO' SVEGLIATI, CAZZO, SVEGLIATI!!!

domenica 28 marzo 2010

Icone della sinistra

Una "ricetta esclusiva" per delle patatine fritte. Che tristezza.

domenica 21 marzo 2010

Integrazione

Fusignano (Ravenna), 21 marzo 2010

venerdì 19 marzo 2010

Marco Biagi, tra welfare e sciacalli

Leggo oggi sul Resto del Carlino un editoriale del direttore, Pierluigi Visci, sulla commemorazione del giuslavorista Marco Biagi, ucciso a Bologna dalle Brigate Rosse il 18 marzo 2002. Non saprei da dove cominciare per manifestare il mio disgusto, per cui tenterò un'interpretazione punto per punto (nota anche come metodo-Kra).

Scrive il direttore del più venduto quotidiano di Bologna e dell'Emilia-Romagna:

OTTO ANNI dopo Marco Biagi è finalmente una vittima condivisa, un "martire di tutti". Vittima di quel terrorismo delle "nuove brigate rosse" che ha sistematicamente preso di mira il migliore riformismo in materia di mercato del lavoro. Come dimenticare, ricordando Biagi, personalità come Gino Giugni (gambizzato), Ezio Tarantelli e, Massimo D’Antona, assassinati. Personalità del mondo accademico e del mondo sindacale, ma anche della politica. Mondi - accademico, sindacale e politico - che nel caso di Marco Biagi assunsero posizioni, arcaiche e ideologiche, di chiusura, anche di aperta ostilità, spargendo veleni che neanche la tragica morte ebbero la forza di dissolvere.

Già qui si nota l'ambiguità di chi, in questi ultimi anni, ha cercato di strumentalizzare la morte di Biagi con la medesima tattica: i morti ammazzati non si discutono, si commemorano in quanto martiri. Confondendo deliberatamente tra l'uomo Biagi - che va commemorato come un uomo lasciato solo e vittima di un barbaro omicidio, perpetrato con spietata freddezza e meticolosità - e il giuslavorista Biagi, le cui idee, invece, sono state e dovrebbero continuare ad essere oggetto di critica. Che vi sia stato unanime sdegno di fronte a un atto di barbarie, nessuno lo nega. Che le proposte di Biagi (e dei suoi collaboratori, Tiraboschi in primis) possano essere annoverate tra il "migliore riformismo in materia di diritto del lavoro", beh, personalmente ci andrei cauto. Numerose indagini di vari centri studi e dipartimenti universitari, incluso quello di Sociologia di Bologna dove ho lavorato, dimostrano che la Legge 30, in sè, aveva un effetto poco significativo sulla flessibilità del mercato del lavoro: ha introdotto 31 contratti cosiddetti "flessibili", ma di fatto in Italia non ne sono mai stati utilizzati più dei "soliti" cinque o sei. La legge però ha dato il via, in molti imprenditori senza scrupoli, a un utilizzo quantomeno discutibile delle forme flessibili di lavoro, soprattutto quando ci si è accorti che, dopo la morte di Biagi, la seconda metà della prevista riforma, ossia gli interventi sugli ammortizzatori sociali per attenuare gli effetti destabilizzanti della flessibilità, non si sarebbe mai realizzata. Ma chi paventava questi rischi, per Visci, assumeva solo "posizioni arcaiche" e "ideologiche". In definitiva, "spargeva veleni". Mi ricorda qualcuno.

La "colpa" di Marco Biagi fu quella di avere accettato di collaborare con il ministro del Lavoro Roberto Maroni, leghista, di un governo di centrodestra, dopo avere collaborato - autentico civil servant - con i governi di centrosinistra. Non solo. Come afferma Alan C. Neal, giuslavorista britannico e amico di Biagi che oggi lo commemorerà a Bologna nella sede del Resto del Carlino, fu eliminato da chi "non voleva la fine di una lotta di classe permanente. Da chi aveva paura della stabilità. Quando colpirono D’Antona forse non capimmo bene. L’abbiamo capito soltanto con la morte di Marco".

Visci, se mi ricordi D'Antona, non mi puoi dire che uccisero Biagi solo perché lavorava con Maroni e Sacconi. Anche perché, tre righe dopo, Neal ti contraddice.

Il Libro Bianco (quello che l’allora leader della Cgil Cofferati, poi mandato a fare il sindaco proprio a Bologna, città di Biagi, definì "limaccioso") determinò una rottura col mondo accademico.

Rieccolo, il vero Satana, quello che ha armato la mano delle BR: quel Lucifero di Sergio Cofferati, reo di aver infangato con la sua elezione la memoria di Biagi nella sua stessa città! Visci, se più della metà dei bolognesi lo ha legittimamente eletto, evidentemente non lo riteneva così incompatibile col ricordo di Biagi. E se definì il Libro Bianco "limaccioso", era perché non mancavano punti a dir poco oscuri, tra cui uno ritornato prepotentemente d'attualità: quello sull'arbitrato.

Perchè certi accademici, "soprattutto italiani e soprattutto di certe scuole", sempre secondo Neal, mettono l’"ideologia, un’ideologia di sinistra, che provoca una certa tensione tra i gruppi sociali, prima di tutto"

Quanto all'ideologia di sinistra, che provocherebbe una certa tensione tra i gruppi sociali, occorrerebbe ricordare a Neal che Tarantelli, Giugni e D'Antona non erano iscritti al MSI. E che l'ideologia opposta, ossia quella del liberismo senza regole nelle modalità di gestire i rapporti di lavoro, fino alla contrattazione individuale, non mi sembra che se la passi poi così male.

Per sovrammercato, proprio quello Stato che serviva con passione e intelligenza, non seppe proteggerlo, avendo ignorato tutti i segnali d’allarme e di pericolo che lo stesso Biagi aveva lanciato. Insomma, è stato difficile prima e anche dopo la morte.

Un attimo di meaculpa, prontamente superato:

Ma oggi, come dice il ministro del Welfare e suo amico Maurizio Sacconi nell’intervista concessa al nostro giornale, le sue idee hanno vinto. Nessuno pone più in discussione la sua riforma, la sua legge. Varata dal governo Berlusconi nella legislatura 2001-2006, doveva essere destrutturata dal governo Prodi secondo i difficili e compromissori accordi di quella eterogenea coalizione che non riuscì a superare i due anni di vita. Le posizioni più radicali sono state sconfitte ed ora la "riforma Biagi" non è più bollata come la "fabbrica" del precariato, come lo strumento posto a disposizione dei "padroni" per lo sfruttamento dei lavoratori, specie dei più giovani.

Sacconi, vice di quel Maroni che non seppe proteggerlo, in un'intervista-marchetta accanto all'editoriale riesce a dire queste cose senza ridere. Per forza che nessuno metta più in dubbio la sua riforma: non il Governo dell'iperliberismo a chiamata, non la Confindustria che ringrazia, non quegli imprenditori che hanno fatto strame del confine tra flessibilità e precarietà, con il tacito assenso di chi avrebbe dovuto evitare questa deriva e che in compenso ha etichettato come "Riforma Biagi" una riforma incompleta. Non quella parte del sindacato definita "dialogante", per distinguerla da quei potenziali brigatisti della CGIL.

E’ che Biagi, più di altri studiosi del diritto del lavoro e delle nuove forme di regolamentazione dei rapporti dell’occupazione — tanto pubblica quanto privata, in un tempo in cui anche il pubblico cominciava a essere posto in discussione, molto prima delle riforme di Renato Brunetta — aveva capito, perchè le studiava e si confrontava, le modificazioni che avvenivano a livello europeo. Era arrivato il tempo di procedere con un welfare europeo, ovvero con norme e meccanismi comuni. Processi che si possono ritardare, ma non bloccare.

Una buona idea, quella di norme comuni in Europa sul welfare, per quanto difficilmente applicabile viste le differenze tra i vari Paesi. Peccato che del welfare che ipotizzava Biagi, in Italia, non vi sia mai stata traccia. Quali interventi ricordate negli ultimi anni su famiglia, sanità, assistenza, previdenza, ammortizzatori sociali? E' la seconda gamba del progetto di riforma del giuslavorista, sempre messa da parte con le scuse più pretestuose. Biagi sarà pure stato un "profeta del Welfare", come da titolo, ma - se è così - stiamo ancora aspettanto il Messia.

Per questo le idee di Marco Biagi hanno vinto. Anche se certi linguaggi possono ancora distillarre quei veleni che l’hanno ucciso.

Riecco lo spettro delle BR, che fa sempre comodo per liquidare ogni eventuale dissenso. E "le idee di marco Biagi hanno vinto" perché chi è attualmente al potere, e non tutelò un collaboratore "rompicoglioni" (do you remember?), ha permesso che fossero distorte e stravolte, a uso e consumo della propria base elettorale.

In conclusione, come scrive Visci nel titolo, Biagi è davvero "un martire di tutti". Sì, di tutti quelli a cui fa comodo.

sabato 6 marzo 2010

Ho trovato!

Ho finalmente trovato un modo sicuro per far soldi legalmente e in pochissimo tempo.

Devo solo presentarmi al Presidente Napolitano con un assegno in bianco.