venerdì 19 marzo 2010

Marco Biagi, tra welfare e sciacalli

Leggo oggi sul Resto del Carlino un editoriale del direttore, Pierluigi Visci, sulla commemorazione del giuslavorista Marco Biagi, ucciso a Bologna dalle Brigate Rosse il 18 marzo 2002. Non saprei da dove cominciare per manifestare il mio disgusto, per cui tenterò un'interpretazione punto per punto (nota anche come metodo-Kra).

Scrive il direttore del più venduto quotidiano di Bologna e dell'Emilia-Romagna:

OTTO ANNI dopo Marco Biagi è finalmente una vittima condivisa, un "martire di tutti". Vittima di quel terrorismo delle "nuove brigate rosse" che ha sistematicamente preso di mira il migliore riformismo in materia di mercato del lavoro. Come dimenticare, ricordando Biagi, personalità come Gino Giugni (gambizzato), Ezio Tarantelli e, Massimo D’Antona, assassinati. Personalità del mondo accademico e del mondo sindacale, ma anche della politica. Mondi - accademico, sindacale e politico - che nel caso di Marco Biagi assunsero posizioni, arcaiche e ideologiche, di chiusura, anche di aperta ostilità, spargendo veleni che neanche la tragica morte ebbero la forza di dissolvere.

Già qui si nota l'ambiguità di chi, in questi ultimi anni, ha cercato di strumentalizzare la morte di Biagi con la medesima tattica: i morti ammazzati non si discutono, si commemorano in quanto martiri. Confondendo deliberatamente tra l'uomo Biagi - che va commemorato come un uomo lasciato solo e vittima di un barbaro omicidio, perpetrato con spietata freddezza e meticolosità - e il giuslavorista Biagi, le cui idee, invece, sono state e dovrebbero continuare ad essere oggetto di critica. Che vi sia stato unanime sdegno di fronte a un atto di barbarie, nessuno lo nega. Che le proposte di Biagi (e dei suoi collaboratori, Tiraboschi in primis) possano essere annoverate tra il "migliore riformismo in materia di diritto del lavoro", beh, personalmente ci andrei cauto. Numerose indagini di vari centri studi e dipartimenti universitari, incluso quello di Sociologia di Bologna dove ho lavorato, dimostrano che la Legge 30, in sè, aveva un effetto poco significativo sulla flessibilità del mercato del lavoro: ha introdotto 31 contratti cosiddetti "flessibili", ma di fatto in Italia non ne sono mai stati utilizzati più dei "soliti" cinque o sei. La legge però ha dato il via, in molti imprenditori senza scrupoli, a un utilizzo quantomeno discutibile delle forme flessibili di lavoro, soprattutto quando ci si è accorti che, dopo la morte di Biagi, la seconda metà della prevista riforma, ossia gli interventi sugli ammortizzatori sociali per attenuare gli effetti destabilizzanti della flessibilità, non si sarebbe mai realizzata. Ma chi paventava questi rischi, per Visci, assumeva solo "posizioni arcaiche" e "ideologiche". In definitiva, "spargeva veleni". Mi ricorda qualcuno.

La "colpa" di Marco Biagi fu quella di avere accettato di collaborare con il ministro del Lavoro Roberto Maroni, leghista, di un governo di centrodestra, dopo avere collaborato - autentico civil servant - con i governi di centrosinistra. Non solo. Come afferma Alan C. Neal, giuslavorista britannico e amico di Biagi che oggi lo commemorerà a Bologna nella sede del Resto del Carlino, fu eliminato da chi "non voleva la fine di una lotta di classe permanente. Da chi aveva paura della stabilità. Quando colpirono D’Antona forse non capimmo bene. L’abbiamo capito soltanto con la morte di Marco".

Visci, se mi ricordi D'Antona, non mi puoi dire che uccisero Biagi solo perché lavorava con Maroni e Sacconi. Anche perché, tre righe dopo, Neal ti contraddice.

Il Libro Bianco (quello che l’allora leader della Cgil Cofferati, poi mandato a fare il sindaco proprio a Bologna, città di Biagi, definì "limaccioso") determinò una rottura col mondo accademico.

Rieccolo, il vero Satana, quello che ha armato la mano delle BR: quel Lucifero di Sergio Cofferati, reo di aver infangato con la sua elezione la memoria di Biagi nella sua stessa città! Visci, se più della metà dei bolognesi lo ha legittimamente eletto, evidentemente non lo riteneva così incompatibile col ricordo di Biagi. E se definì il Libro Bianco "limaccioso", era perché non mancavano punti a dir poco oscuri, tra cui uno ritornato prepotentemente d'attualità: quello sull'arbitrato.

Perchè certi accademici, "soprattutto italiani e soprattutto di certe scuole", sempre secondo Neal, mettono l’"ideologia, un’ideologia di sinistra, che provoca una certa tensione tra i gruppi sociali, prima di tutto"

Quanto all'ideologia di sinistra, che provocherebbe una certa tensione tra i gruppi sociali, occorrerebbe ricordare a Neal che Tarantelli, Giugni e D'Antona non erano iscritti al MSI. E che l'ideologia opposta, ossia quella del liberismo senza regole nelle modalità di gestire i rapporti di lavoro, fino alla contrattazione individuale, non mi sembra che se la passi poi così male.

Per sovrammercato, proprio quello Stato che serviva con passione e intelligenza, non seppe proteggerlo, avendo ignorato tutti i segnali d’allarme e di pericolo che lo stesso Biagi aveva lanciato. Insomma, è stato difficile prima e anche dopo la morte.

Un attimo di meaculpa, prontamente superato:

Ma oggi, come dice il ministro del Welfare e suo amico Maurizio Sacconi nell’intervista concessa al nostro giornale, le sue idee hanno vinto. Nessuno pone più in discussione la sua riforma, la sua legge. Varata dal governo Berlusconi nella legislatura 2001-2006, doveva essere destrutturata dal governo Prodi secondo i difficili e compromissori accordi di quella eterogenea coalizione che non riuscì a superare i due anni di vita. Le posizioni più radicali sono state sconfitte ed ora la "riforma Biagi" non è più bollata come la "fabbrica" del precariato, come lo strumento posto a disposizione dei "padroni" per lo sfruttamento dei lavoratori, specie dei più giovani.

Sacconi, vice di quel Maroni che non seppe proteggerlo, in un'intervista-marchetta accanto all'editoriale riesce a dire queste cose senza ridere. Per forza che nessuno metta più in dubbio la sua riforma: non il Governo dell'iperliberismo a chiamata, non la Confindustria che ringrazia, non quegli imprenditori che hanno fatto strame del confine tra flessibilità e precarietà, con il tacito assenso di chi avrebbe dovuto evitare questa deriva e che in compenso ha etichettato come "Riforma Biagi" una riforma incompleta. Non quella parte del sindacato definita "dialogante", per distinguerla da quei potenziali brigatisti della CGIL.

E’ che Biagi, più di altri studiosi del diritto del lavoro e delle nuove forme di regolamentazione dei rapporti dell’occupazione — tanto pubblica quanto privata, in un tempo in cui anche il pubblico cominciava a essere posto in discussione, molto prima delle riforme di Renato Brunetta — aveva capito, perchè le studiava e si confrontava, le modificazioni che avvenivano a livello europeo. Era arrivato il tempo di procedere con un welfare europeo, ovvero con norme e meccanismi comuni. Processi che si possono ritardare, ma non bloccare.

Una buona idea, quella di norme comuni in Europa sul welfare, per quanto difficilmente applicabile viste le differenze tra i vari Paesi. Peccato che del welfare che ipotizzava Biagi, in Italia, non vi sia mai stata traccia. Quali interventi ricordate negli ultimi anni su famiglia, sanità, assistenza, previdenza, ammortizzatori sociali? E' la seconda gamba del progetto di riforma del giuslavorista, sempre messa da parte con le scuse più pretestuose. Biagi sarà pure stato un "profeta del Welfare", come da titolo, ma - se è così - stiamo ancora aspettanto il Messia.

Per questo le idee di Marco Biagi hanno vinto. Anche se certi linguaggi possono ancora distillarre quei veleni che l’hanno ucciso.

Riecco lo spettro delle BR, che fa sempre comodo per liquidare ogni eventuale dissenso. E "le idee di marco Biagi hanno vinto" perché chi è attualmente al potere, e non tutelò un collaboratore "rompicoglioni" (do you remember?), ha permesso che fossero distorte e stravolte, a uso e consumo della propria base elettorale.

In conclusione, come scrive Visci nel titolo, Biagi è davvero "un martire di tutti". Sì, di tutti quelli a cui fa comodo.

2 commenti:

essere disgustoso* ha detto...

condivido punto per punto.
come farebbe anche kra, suppongo :-)

Unknown ha detto...

Salve, ho trent'anni, sono bolognese e condivido al 100%.