In fila aspettano una coppia di quarantenni e la loro figlia, una ragazzina di dodici anni, lunghi capelli lisci e occhiali da vista dalla montatura spessa. La ragazza è emozionatissima, non vede l’ora che sia il loro turno, che finalmente dall’altra parte del vetro si materializzi il biglietto per la felicità. Parigi! Primo viaggio all’estero della sua vita. L’avventura di un’intera giornata in treno, a respirare ogni paesaggio, e la sera arrivare in quella città sconfinata, che di sicuro la lascerà a bocca aperta, senza parole, ad ascoltare solo il suo batticuore.
Ecco, tocca a loro.
“Buongiorno, mi dica”, fa il bigliettaio al padre.
“Buongiorno. Vorremmo prenotare tre posti sul treno diurno da Bologna a Parigi, per il due del mese prossimo”.
Le parole magiche son tutte qui.
“Il due? – si stupisce il bigliettaio – Ne è proprio sicuro?”
Il padre è colto di sorpresa: “Sì, perché?”
“Se vuole farsi il viaggio in treno – consiglia l’uomo, sfogliando l’orario – quel giorno lì glielo sconsiglio proprio”.
“E perché?” fa eco la madre.
“Perché sarà il giorno più pieno dell’anno, a Bologna sarà un carnaio, rischiate di partire già stressati. Tra l’altro, il treno è quasi del tutto pieno, e quel giorno lì è facile che porti ritardo”.
Lo sguardo della madre trasmuta in una smorfia.
Il bigliettaio si sporge leggermente verso il padre, in fila non c’è nessun altro.
“Sa cosa farei, se fossi in voi?”
“Cosa?” chiede il padre, brusco. Rinunciare, non se ne parla. Sono i suoi unici giorni di ferie dell’anno, vuole goderseli con la famiglia in un posto che non sia il solito mare. E poi c’è la promessa fatta a sua figlia.
“Partirei o di sera, con le cuccette, che però costano di più, oppure il giorno dopo, il tre, quando sarà tutto molto più tranquillo. Potrete scegliere i posti, ci sarà meno ressa”.
La figlia mette il broncio. Ogni ora in meno a Parigi le pesa come una zavorra. Se potesse, partirebbe all’istante.
“Datemi retta – conclude il bigliettaio – Perderete un giorno di vacanza, ma poi la vivrete in modo decisamente migliore”.
Il padre esita. Sacrificare un giorno di vacanza su dieci non è mai piacevole. “Papà, partiamo lo stesso!”
“Invece, secondo me – interviene la madre – il bigliettaio ha ragione. Meglio rimandare al giorno dopo. Sono stanca, non ho voglia di partire già stressata”. La figlia la guarda storta.
Il padre riflette. Cerca di immaginarsi come potrebbe essere la stazione di Bologna quella mattina. Non ci riesce, non l’ha mai vista piena, a Bologna ci sarà andato sì e no tre volte in tutta la sua vita. Ma il pensiero di quella bolgia lo atterrisce. No, il casino prima di partire, no.
“Io le ho detto quel che penso – taglia corto il bigliettaio – poi decida lei”.
Dietro i tre arrivano altri turisti.
“Va bene – si rassegna il padre – Partiamo il giorno dopo, il tre. Se si può fare il viaggio con più calma…”
“Papà…”
“Cristina, dai, alla fine un giorno non cambia nulla”.
La figlia cova una rabbia sorda, ma si adegua. Ora quel biglietto non le sembra più così magico. Mentre escono, i genitori cercano di convincerla della loro scelta. Un gelataio accorre in loro aiuto.
“Ricordiamoci di avvisare la Gemma e Ido” dice il padre, passando davanti a una cabina telefonica.
“Non penso sia un problema – risponde la madre – e a Paolo farà piacere”.
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Quelle tre persone erano mio padre, mia madre e mia sorella.
Il due, la stazione di Bologna saltò in aria.
Se quel bigliettaio non avesse insistito, mi sarei con ogni probabilità ritrovato, a cinque anni, orfano di padre e madre, e privato di una sorella di dodici anni che mi insegnava a leggere e scrivere. Non so con chi, né come sarei cresciuto. Mio fratello non sarebbe mai nato. E le vittime sarebbero state ottantotto. Perché i miei e Cristina dovevano essere lì, su quel binario, a quell’ora.
Per questo, tutte le volte che vedo la grande lapide vicina alla sala d’aspetto ho un brivido freddo, e penso agli ottantacinque innocenti che non ebbero la fortuna di imbattersi in quel bigliettaio, così tanti proprio perché quel giorno la stazione era davvero un fottuto carnaio. E quando sento della libertà a Fioravanti, o dell’assenza di esponenti del Governo alle commemorazioni del trentennale, mi incazzo come per poche altre cose. Perché quel giorno lì qualche bastardo, fin troppo noto per far finta di nulla, gettò nella disperazione ottantacinque famiglie, e quasi ci riuscì anche con la mia.
I miei genitori hanno cercato di rintracciare il bigliettaio che inconsapevolmente salvò loro la vita. Non c’era più, era stato trasferito e nessuno ricordava dove. E quel ringraziamento è sempre rimasto in sospeso. Non so se, dopo trent’anni, quell’uomo sia ancora vivo, se sia in pensione, e se gli sia mai tornato in mente quel consiglio disinteressato dato a tre perfetti sconosciuti. Ma oggi più che mai voglio e devo dirglielo: ovunque lei sia, grazie, signor bigliettaio.